#Venezia76 – Les chevaux voyageurs, di Bartabas

Un riflesso sull’acqua, un’ombra, un vortice di sabbia. Luoghi sospesi e lontani, ai margini del mondo conosciuto. Le parole cantilenanti di Lautréamont ci accompagnano: il viaggio inizia.

È un viaggio iniziatico in una topografia mitica e fantastica, le terre di un cavaliere errante, di un hidalgo donchisciottesco, un centauro. Clement Marty, più conosciuto come Bartabas, l’uomo che ha insegnato al mondo che l’arte si nasconde in tutti gli esseri viventi, siano essi uomini o bestie. Non si è più fermato il suo viaggio dal giorno in cui, anima vagabonda, «zingara» come il nome del suo lucidissimo cavallo nero, ha fondato il Teatro Equestre Zingaro alle porte di Parigi. Una «tribù» di metà-uomini metà-cavalli perennemente il moto, che si nutre di mitologia e respira l’aria dei popoli nomadi dell’est, delle tradizioni e della musica tzigana, lasciandosi sedurre da culture ancora più lontane.

Non c’è separazione contemplabile in Bartabas tra l’uomo e il suo specchio, il cavallo. Quell’ombra che si staglia nell’oscurità in cui è impossibile distinguere il cavaliere dall’animale, nella sua poetica è metafora di perfezione, un corpo magico, divino. Il perfetto incontro d’istinto e raziocinio.

Scelto per chiudere Le Giornate degli Autori della 76esima edizione del Festival del Cinema di Venezia, Les chevaux voyageurs, ultima opera dell’artista che giunge dopo due film di finzione, è un prodotto cinematografico ibrido, centauro. Non è un documentario ma neanche fiction, non è performance (o forse sì?) né teatro, ma qualcosa di diverso, che sfugge alle etichette, evanescente come un riflesso sull’acqua sotto i colpi degli zoccoli. È un’immersione nel teatro di questo drammaturgo, un viaggio nei suoi spettacoli che attraversa più di trent’anni di vita di uomini e cavalli, dagli esordi al Festival del Teatro di Avignone nel 1977, fino a opere più vicine nel tempo, come Le Centaure et l’Animal del 2010 o Golgota del 2013.

Le sagome degli «attori» equestri che si esibiscono in corse frenetiche ricordano il cinematografo delle origini, con quelle immagini animate in sequenza, quasi si trattasse di un carillon continuo, circolare, una metamorfosi infinita di forme e musiche che si presentano allo sguardo del pubblico.

Difficile ricreare sullo schermo una simile esperienza, quell’emozione contingente dell’immersione teatrale fatta anche di suoni e di odori, eppure Bartabas, in parte, ci riesce. Ereditando la lezione di Fellini e Tarkovskij, mette in scena un’opera filmica che guarda al circo e alla danza, ad una sostanza materiale e terrena, ma anche all’alto, allo spirituale. Tramite il mito del cavallo ci vuole mostrare «la bellezza inumana di un mondo precedente al passaggio degli uomini».

 

Bartabas ci guida allora in un viaggio che ricorda quello del Marco Polo di Calvino di città invisibile in città invisibile. Viaggiatore e antropologo, ci fa conoscere i suoni e i colori di altri luoghi, dalla Camargue dei gitani, alle regioni desertiche dell’Asia, al Giappone delle danze Butô.

Forse più video-arte che cinema, Les chevaux voyageurs mantiene però intatta la forza narrativa. Le immagini, scandite solo dalle parole poetiche, riescono a creare un vero e proprio racconto, il racconto di un viaggio in luoghi lontani nel tempo e nello spazio, popolati da uomini-cavallo.

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