#Venezia76 – Rare Beasts, di Billie Piper

Uno delle sequenze che esplicitano maggiormente l’incredibile, inaspettata carica di potente inquietudine e benedetta irrequietezza che anima l’esordio di Billie Piper, vede l’ex teen idol di Mtv UK sulla soglia di una pista di ballo, in cui gli invitati – tutti cattolici superosservanti – al party di matrimonio di una coppia di amici del compagno della protagonista si stanno scatenando in una danza ritmata da cori all’unisono sulla necessità dell’innamoramento. Mandy/Billie tentenna a decidersi di inserirsi nella danza, lei che trascinò mezza Europa nella coreografia di Because we want to: alla fine, la donna sembra abbandonarsi a ballare, ma subito dopo i primi passi, la pista si trasforma nel palco per l’ennesima resa dei conti tra lei e l’uomo che sta frequentando, con l’insostenibile violenza verbale che a quel punto del film abbiamo imparato a riconoscere come l’unica modalità di comunicazione tra i personaggi di Rare Beasts.


E’ la spinta d’avvio per la sezione più onirica dell’opera, quella della resa dei conti di Mandy con la famiglia, con il suo passato, con l’uomo che sembra amarla e volerla sposare, e con il clima macho del suo ambiente di lavoro. E’ da questo punto in poi, accompagnato non a caso da una fuga liberatrice (e dalla meta che a noi resta sconosciuta) del figlioletto di Mandy, che Rare Beasts sembra voler abbandonare il setting da commedia proletaria britannica di quelle abrasive, tutte pinte scolate al pub e nuclei domestici disfunzionali e disperatamente vitali, per assumere a pieno la forma di un esperimento intimo e personalissimo proprio sull’immaginario di Piper, e sull’inconscio della sua alterego sullo schermo.

Il risultato è quantomeno spiazzante, mai riconciliato, un sabotaggio che ribalta puntualmente la tensione di sequenze che appaiono inizialmente come scontri ma vengono poi sciolte in un romanticismo improvviso, fasciate da musiche che suggeriscono sentimenti apertamente contrastanti con quanto accade in scena.
Rare Beasts rivela così il coraggio della confessione a cuore aperto della sua autrice, una rimessa in gioco in prima persona per l’interprete che ha trovato nuovi fan nelle schiere di appassionati dei suoi personaggi in Doctor Who o Penny Dreadful: è un esordio ostinatamente lontano dai territori della commedia agrodolce e rassicurante, che mostra la forza di una creatività spesso volutamente disturbante, e una sfrontatezza nel lavoro sulla propria stessa icona in grado di far vorticare su di sé tutte le spigolosità e le dissonanze della messinscena del microuniverso che gira intorno a Mandy.
Non è facile vestire personaggi così sgradevoli come quelli portati alla vita da Leo Bill, Kerry Fox, David Thewlis, Lily James, ma Piper concede aperture struggenti alla struttura del suo stesso script, per liberare le emozioni da questo intreccio di nevrosi condivise e continue crisi grottesche e potenzialmente letali.

Così Rare Beasts assume progressivamente la forma del manifesto per la dignità di sentirsi “bestie rare” in questo mondo, dai mantra che ci ripetiamo al mattino per trovare il coraggio di mettere il piede fuori di casa fino al modo in cui decidiamo di gestire la nostra sessualità, la nostra spiritualità, le nostre emozioni. Piper sa che questi non sono più tempi in cui ci si possa coalizzare sotto un “sentire” comune (sono numerose le scene che raccontano di questo slittamento delle comunità più o meno piccole che costruiamo nel nostro quotidiano), ma il candore con cui ci invita ad accogliere la sfida della “rarità” è il primo, trascinante segnale di una promettente cineasta.

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