#Venezia76 – Scherza con i fanti, di Gianfranco Pannone

Gianfranco Pannone, coadiuvato da Ambrogio Sparagna – che cura le musiche per un film che non sarebbe quello che è senza di quelle – azzarda con Scherza con i fanti, un’operazione molto rischiosa per gli ambienti in cui il film potrà trovare una sua idonea sede. I mugugni tra i denti di una agguerrita parte degli spettatori della proiezione d’esordio al Lido, conferma, con gravità, l’assunto. Il sospetto che il film nasca da un frainteso, sotterraneo militarismo buonista, costituisce un possibile argomento per i suoi detrattori.
Ma ora occupiamoci del film e per farlo cominciamo col dire che il lavoro di Pannone ha una grana molto raffinata, coraggiosa, che ribalta, invece, con rara ed elegante dialettica, il sempre superficiale tema del militarismo, del soldato buono e degli “Italiani brava gente”. Scherza con i fanti, che chiude il dittico iniziato con Lascia stare i santi, vive di un’ironia sottile, continua e capace di costituire un filo quasi invisibile di tracce di una umanità italiana così difficile da scorgere. Sono questi i caratteri del lavoro di Pannone e Sparagna e si tratta di temi forti che la scrittura sa sviluppare con buona pace delle impressioni e delle considerazioni che possano portare a reazioni del tutto opposte rispetto a quelle immaginate degli autori. Il coraggio sta tutto nell’avere accettato la sfida e nell’avere realizzato un film che spinge sull’acceleratore di una sommessa che è sintomo di una consolidata autorialità.
Quattro diari di guerra, di altrettanti militari in epoche diverse, scrivono da soli la traccia narrativa del film. Saranno proprio i ricordi dei quattro militari a condurci con graduale percorso dentro il male bellico e verso l’indiretto piacere della pace. L’incipit è ambientato a Boscotrecase, piccolo borgo ai piedi del Vesuvio, dove un militare, oggi ultraquarantenne, ricorda i suoi trascorsi in Kossovo di quando aveva 23 anni. Seguiranno le riflessioni di un militare lombardo che, nell’immediato dopo unità d’Italia, ha partecipato alla dimenticata strage di Pontelandolfo in Campania durante la repressione del brigantaggio. Sarà poi la volta di un soldato di Viterbo che scrive le sue riflessioni durante il dominio italiano in Abissinia e infine, quelle di una donna che sull’appennino tosco-ligure ha combattuto con i Partigiani, completano il quadro del racconto che sa farsi leggero, ma con un’anima forte. Una traccia narrativa che per lampi sembra sapere tradurre un certo carattere italiano che nel tempo non sembra essere mutato di molto. L’intervista ad un testimone indiretto dei fatti di Piazzale Loreto, lo scrittore Ferruccio Parazzoli che di Piazzale Loreto a Milano sembra essere il custode, oltre che il quasi segreto cantore, chiude questo rapido, ma intenso attraversamento della storia italiana alla ricerca di quei tratti comuni che ancora oggi sentiamo appartenerci per cultura e condizione.
Il film di Pannone, la cui sintesi pregevole, impedisce, invece, per la sua complessità, un breve compendio, sa essere ironico e al tempo stesso doloroso. La strage degli abitanti di Pontelandolfo oltre a restare un pezzo dimenticato della storia d’Italia e va riconosciuto il merito all’autore di averla ricordata, costituisce il sintomo di una distanza che ancora oggi fa fatica ad assottigliarsi. Distanza che funziona bidirezionalmente e purtroppo continua a funzionare. O, ancora, le riflessioni amare sui “negri” abissini maltrattati e poi compianti nei diari del tassista viterbese che si ritrova con le milizie italiane in quei luoghi negli anni trenta, sembrano rimarcare una naturale doppia anima italiana, sembrano ripercorrere le nostre cronache, i temi della nostra politica.
Il percorso del film, che con questo titolo così ironico e popolare sa sottrarsi a qualsiasi possibile natura di totale riflessione storica, accentua, invece, quell’anima che lo lega ad una profonda appartenenza al popolo, alla gente più comune. È il lavoro di ricerca della selezione musicale a farsi carico di tradurre lo spirito popolare che gli autori volevano fosse evidente. Le canzoni e le musiche hanno da sempre veicolato questi caratteri e in questa stessa direzione sono diventate componenti essenziali del film. Da Salvatore Di Giacomo a Francesco De Gregori, da O surdato ‘nnammurato a I ribelli della montagna, un lungo itinerario musicale che ha accompagnato generazioni di combattenti o di loro famiglie, di giovani donne in attesa del ritorno del soldato e di genitori in ansia per i figli. Una musica che racconta sempre sradicamento e che aspira alla pace. Ed è proprio sull’idea di pace che Scherza con i fanti sa ritornare e soprattutto fa ritornare i suoi militari narratori, con un ribaltamento non posticcio, ma già connaturato all’idea stessa di guerra con una idea di pace sempre adombrata come unica condizione davvero auspicabile.
È del tutto evidente che il discorso che il film persegue con lucida, stringente e ironica dialettica, diventa rischioso, laddove il travisamento del suo senso è proprio a due passi, in quell’equivoco sempre in agguato, che possa fare pensare al soldato italiano buono e disponibile verso gli altri, commosso davanti alle altrui disgrazie, ma sempre conquistatore e portatore di morte. Ma non è quello il fine ultimo del film, ritrovandosi, piuttosto, in una specie di analisi storico sociale di un’Italia ancora alla ricerca di una propria fisionomia, di un proprio comune sentire. Come suggerisce lo stesso Pannone nelle sue note di regia il film racconta del sofferto rapporto con il mondo militare e con il potere. A conferma di questa trasparente riflessione sono insostituibili i siparietti con il Pulcinella che si fa maschera vivente nelle di Maurizio Stammati. Con il suo buon senso popolare si fa sberleffo del potere, uccide pure la morte e nella sua stratificata sapienza sa essere saggio e filosofo, ma di quella comune filosofia che diventa terreno di altrettanta comune comprensione.
Un merito va riconosciuto anche alle ricerche d’archivio con cui sono state tirate fuori dai cassetti dell’Istituto Luce preziose sequenze inedite. É tutto questo misurato lavoro a restituire compattezza al film dentro il quale la predestinazione alla morte dei soldati costituisce il tratto comune di più generazioni, sempre frutto di un fondamentale e irreparabile malinteso.
Il film si chiude a Piazzale Loreto, dove la memoria collettiva sembra davvero avere trovato la sua lapide. Oggi non c’è più nessun testimone che sappia dirci dove esattamente Benito Mussolini e Claretta Petacci vennero impiccati a testa in giù. Non sembri una banalità l’anonimato in cui quel luogo è piombato, nel bene e nel male, le sorti future del nostro Paese sono passate anche da quello che oggi è un affollato incrocio di una grande città.

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