#Venezia76 – Seberg, di Benedict Andrews

Ci sono le fiamme di Santa Giovanna. Il primo film in assoluto girato dall’attrice con il despota Preminger e un incidente sul set con le fiamme che l’avevano davvero ferita. E prima della cicatrice, l’immagine del suo provino, quando non aveva ancora 18 anni. Forse ci sono già tutti i segnali premonitori sul corpo di Jean Seberg. Icona della Nouvelle Vague, musa per Godard. E poi la morte tragica, nel 1979 a 40 anni. Con il suo corpo ritrovato dentro un’automobile.

Il fuoco iniziale è già il segno di una passione incontrollata. Come quella politica dell’attrice per le Pantere Nere. Seberg è infatti ambientato nell’arco di quasi tre anni. Il viaggio inizia a Parigi nel maggio 1968. E finisce lì nel gennaio 1971. Con Kristen Stewart che si appropria di Jean Seberg. Prima di tutto fisicamente. Però mantiene la sua identità. Soprattutto attraverso i suoi occhi. Un’operazione quasi alla Sorrentino. La Seberg come Andreotti in Il divo. In quel periodo l’attrice era partita per gli Stati Uniti per girare il musical La ballata della città senza nome di Joshua Logan, lo stesso regista di Picnic. Che aveva commesso l’imperdonabile crimine di far cantare Clint e Lee Marvin. Già sull’aereo era entrata in contatto con l’attivista per i diritti civili Hakim Jamal, con Anthony Mackie che sembra arrivare da Spike Lee. Il suo coinvolgimento politico e sentimentale la trasforma ben presto in bersaglio del programma di sorveglianza illegale dell’FBI, COINTELPRO. Jack Salomon, un giovane agente federale, viene incaricato di sorvegliarla. E i loro destini finiscono per intrecciarsi.

Per Benedict Andrews un altro film sull’abbandono. Dopo il suo primo lungometraggio, Una dove la protagonista interpretata da Rooney Mara era all’ossessiva ricerca delle ragioni per cui è stata lasciata. Ma, malgrado il titolo, di Jean Seberg, resta ben poco. In più con la scelta discutibile di non utilizzare qualche frammento di archivio e lasciare il volto della Stewart nel finale di Fino all’ultimo respiro. Quando si tocca le labbra con un dito.

Seberg azzecca la protagonista. Ma sbaglia tutto il resto. La parte del pedinamento del FBI disperde le forme di un possibile thriller. Al tempo stesso tutti i problemi psicologici, la passione per Hakim, la sua sfera privata, sono gli elementi determinanti. Attraversati in modo anche sbrigativo e confuso. Non è un biopic, non è un film politico. Solo spezzoni di una vita ricostruita. Dove il volto della Stewart/Seberg che fuma in primo piano può cancellare tutto il resto. E, malgrado il riferimento alla Giovanna d’Arco, il suo martirio è mostrato solo come pura scena.

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