VIAGGIO IN ITALIA – Alessandro Stevanon, nel cerchio del tempo

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America, Aquiloni controvento, Cahiers: l'aostano Alessandro Stevanon è uno di quei giovani filmmakers italiani che preferiscono tastare il mondo seguendo una chiave intimistica, guardando il rapporto tra i vissuti, le storie, la storia, i luoghi di piccoli universi umani separati

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americaUna ritrattistica fuori dal tempo, scritta sulla punta delle dita di un altrove che è poi giusto un passo più in là del presente: Alessandro Stevanon, aostano trentaduenne, è uno di quei giovani filmmakers italiani che preferiscono tastare il mondo seguendo una chiave intimistica, guardando il rapporto tra i vissuti, le storie, la storia, i luoghi di piccoli universi umani separati. Del resto è un valligiano, si dirà, il perimetro è il mondo della sua gente… Eppure poi nelle sue opere, che indubbiamente scrutano un universo conosciuto e amato, c'è anche l'attrazione per un altrove che non è solo vagheggiato, ma diviene lo specchio reale in cui le biografie delle sue figure si riflettono magari per un solo attimo, ma comunque realmente. Proprio come l'America dell'ultimo lavoro di Stevanon, non solo sognata ma anche abitata per un po' da Pino, il protagonista, figura incredibile di ignaro poeta aostano, un sognatore caduto per terra, che attraversa la notte ubriaco, verseggiando realtà profonde nel silenzio urlato della sua incoscienza. Come spesso accade nei suoi lavori, Alessandro Stevanon lo racconta prendendolo in contropiede, partendo dal mondo che lo circonda, dalle immagini che occupano profondamente la sua realtà: la vecchia madre che prepara le tagliatelle, la penombra della sua casa, il suo ricordo di lei ormai morta… Pino è un disadatto non tanto al mondo quanto al sogno che ha vissuto, quello, per l'appunto, di un'America ovviamente mitizzata e poi abitata per un po', giusto il tempo di rendersi conto della dura realtà e fare ritorno a casa, tra un padre e una madre che ne proteggono la poetica semplicità. Il confine incerto tra

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la realtà e l'immaginario di questo personaggio è quello che attraversa lo stesso Stevanon nel suo lavorare tra il ritratto documentario di quest'uomo e la messa in opera (non in scena…) del suo mondo: il livello di elaborazione è profondo, bascula tra la clownerie innata del personaggio e il suo fatalismo quasi terminale, sta tra la penombra di un mondo ormai andato (altri ritmi, altre attese) e la fredda luce di un mondo reale che tutto sommato non c'è già più. Stevanon racconta un personaggio sospeso tra la prosaica realtà del suo lavoro di maquillage delle salme nelle locali pompe funebri e la surreale performance clownesca che incarna nelle notti di Aosta, quando vaga ubriaco urlando in versi il suo rassegnato rancore per il mondo. E ottiene un ritratto profondamente affascinante, scritto sulla duplicità dell'esistere e raffigurato con la duplicità di un filmare che trova l'armonia tra il vero e l'immaginario.

cahiersChe poi è il punto più alto sinora raggiunto da Stevanon nel suo gioco sospeso tra la testualità della realtà e la sua performance filmica, lui che del resto ha chiamato la sua casa di produzione “Ezechiele 25:17”, come i versi biblici che Jules Winnfield/Samuel L. Jackson cita reinventandoli un po' in Pulp Fiction Del resto, Stevanon insiste su un filmare documentario che accarezza il lato affabulatorio del personaggi, la loro innata tensione verso un mondo che scavalca la prosaicità del dato attuale. Ne è un esempio Aquiloni controvento, il ritratto di Francesco Nex, pittore valdostano novantenne, nato “altrove”, come dice lui, ovvero in Brasile, da una famiglia con alle spalle secoli di storia trascorsi tra Londra, San Pietroburgo, prima di far ritorno ad Aosta. La disposizione all'ascolto di Stevanon è un'attitudine che qui abbraccia le incredibili doti di narratore del protagonista, perfettamente capace di affabulare una biografia incredibile. Ma poi si incunea nel suo fascino per il tempo, per l'antichità ancora presente della vita, l'amore per le pietre dei castelli, per le sonorità del paesaggio, per l'istinto ad abitare la pregnanza del mondo: Stevanon sa ascoltare e cogliere tutto questo universo e il ritratto che ottiene ha una nobiltà moderna, intrisa di una poesia tutta reale, in un ritratto d'artista dal quale non a caso resta praticamente fuori (se non sui titoli di coda) proprio la sua opera, i suoi dipinti.

aquiloni controventoIl suo istinto a lasciar scontornare sempre più la documentazione in un tempo dell'osservazione che diviene quasi olmiano rappresenta, del resto, una autentica ricchezza per le opere di Stevanon, come dimostra tra l'altro in Lontano da qui, il documentario che dedica a Felice, contadino aostano ottantenne, che vive assieme alla moglie in un presente che ancora una volta sembra abitato dal passato. Stevanon osserva, ascolta, come sempre si lascia attrarre dai margini del ritratto, dalla figura della moglie che diviene poi la vera narratrice (le foto del matrimonio, la preparazione della polenta…). E qui è netto il continuo scivolare di questo filmmaker sul piano tra il ritratto documentario e la posa in opera, come dimostra la bella scena del pranzo con la polenta, in cui il protagonista, Felice, proprio non riesce a stare al gioco della ricostruzione e, affidandosi all'antico senso dell'ospitalità, insiste con la troupe perché si unisca al desco…

Rispetto a tutto ciò, Cahiers, rappresenta una sorta di controcampo in chiave futura: ancora una volta l'attacco è sfalsato, stretto com'è sulla memoria di una vecchia maestra di scuola della valle, per poi sospingersi nella prassi quotidiana delle scuole odierne della vallata: e allora è tutto un osservare il lavorio didattico e di vita delle classi che raccolgono tutti insieme, ancora oggi, con una sola maestra gli alunni dalla prima alla quinta elementare, l'osservazione della neve, il sovrapporsi di lingue (il francese, l'italiano, il tedesco, il patois…), i giochi… Stevanon non manca mai di chiudere il cerchio del tempo per raccogliere la molteplicità di storie, emozioni, memorie e soprattutto atti reali e presenti che in esso si incarnano.

 

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