Visioni di Cinema Indipendente – Après mai – Il corpo molteplice del ’68

A mezzo secolo di distanza dal processo-Sessantotto, porsi delle domande continuando a guardare a quel momento storico e culturale, così eterogeneo nelle sue manifestazioni e – probabilmente – così poco definitivo nel suo stato, assume una portata necessariamente estetica. Perché di interpretazioni politiche sul così definito evento Sessantotto, il Circolo del Cinema “Cesare Zavattini” di Reggio Calabria sceglie di non occuparsi, almeno in questa specifica sede; bensì, l’obiettivo di questa manifestazione di cinema, arte e concetto sessantottini, denominata Visioni di Cine(ma) Indipendente – qui al suo secondo atto, destinato a un après mai che tocca l’eredità del periodo e i suoi risvolti fino ai giorni odierni – , resta un’indagine sulle forme di un pensiero che avrebbe rivoluzionato il mondo e sancito l’apertura di una faglia delle coscienze.


Si parlerà, allora, di turbolenze ben più profonde rispetto a quelle politiche e sociali che si muovono caoticamente sulla superficie della Storia; di uno sconquasso generazionale che ne ha strappato l’intreccio nobilmente articolato, per fare posto a nuovi modi dell’essere: divenire-arte del mondo che, a partire dal fatidico anno ma senza ridursi a questo solamente, avvia la liberazione di flussi in variazione continua, ove la molteplicità buca il sistema e prova a inventarne uno fondato sul creativo.

Il Sessantotto è, prima di ogni altra cosa, rivoluzione del linguaggio. Dal riscatto dei corpi, a partire da adesso liberi di sperimentare con un desiderio che, finalmente, non manca di niente; alla morte e rinascita delle immagini, sempre più insofferenti nel vecchio spazio soffocato e pronte a esplodere su schermi, tele e carte fotografiche. È proprio questo scompiglio di natura situazionista che ha inaugurato l’evento reggino presso la sede dell’Accademia di Belle Arti, con la mostra dal titolo Estetica della ribellione. I manifesti del Maggio francese, a cura della docente Lucrezia Ercoli. E insieme ai manifesti sovversivi dell’utopia studentesca e artistica francese, un’installazione fotografica dal titolo I volti del ‘68, curata da Pasquale Praticò e Dario Condemi, ha rievocato le evoluzioni dello stesso corpo macchina, che semplificò la pratica fotografica e condusse l’occhio ad affondarsi nell’indagine sociale di quei tempestosi anni (dei quali rimangono fotografie iconiche, proposte qui in sequenza), preparando al contempo l’avvio di nuove sperimentazioni espressive. Il filmmaker Michele Tarzia, ha inoltre realizzato il suo contributo all’evento, proponendo l’installazione-video monocanale Black-TV, sorta di tributo al pioniere della videoarte Nam June Paik, nonché impressione personale su quel momento di fermento sperimentale alle soglie dell’astrattismo visivo, che Tarzia ha voluto omaggiare proponendo in loop, su un monitor televisivo, alcune visioni underground degli autori Bargellini, Bignardi, Piccardo e Tambellini.

La riflessione sul Sessantotto diventa, a margine della sperimentazione, questione di un’eredità priva di reale consapevolezza. Tra il dicembre del 1970 e l’estate del 1971, ad esempio, Pier Paolo Pasolini consegnò un suo importante contributo di memoria sociale, 12 dicembre (1972), un lavoro di indagine e ascolto antropologico del territorio italiano in fermento, negli anni seguiti alla strage di Piazza Fontana. Pasolini, su commissione di Lotta Continua, attraversa il corpo del Paese fino alla stessa Reggio Calabria, dove si trova a filmare uomini e donne diseredati, rabbiosi contro i padroni e in attesa di un giusto cambiamento del territorio. Questa osservazione senza artificio del sociale italiano e di una delle più importanti – eppure dimenticate – rivolte urbane del dopoguerra, diventa riscoperta di istanze collettive e condivisione di sentimenti mai sopiti, ove Pasolini lascia sfogare parole e immagini spontaneamente, in un clima di lotta che incita al risveglio delle coscienze.
L’immagine del Sessantotto che emerge, dunque, non è quella di un concreto progetto da portare a compimento con l’ausilio di strumenti acquisiti; bensì, di un processo attraversato da uno spirito ribelle – apparentemente – irreversibile che, nella sua corsa verso la libertà dal potere, riuscì ad accomunare gli uomini intorno a un senso unitario di appartenenza oggi dimenticato.
Le innumerevoli riprese, immagini d’archivio (del decennio intercorso tra ’68 e ’78) e interviste ai grandi leader dell’epoca che compongono quel contenitore esplosivo che è Ora e sempre riprendiamoci la vita (2018), diretto da Silvano Agosti, mostrano senza dimostrare che l’energia sotterranea della contestazione continua a godere di vita propria, in quelle rotture, faglie del terreno che all’improvviso possono aprirsi e assumere sembianze nuove. Perché, veramente, il Sessantotto «sembra un film, ma con fatti accaduti per davvero»; perché giustizia, libertà e solidarietà umana sono veramente gli ingredienti necessari per tornare a essere drammaticamente felici come quei “figli dei fiori” in bianco e nero.

Quella enorme scenografia di corpi e volti vaganti per le strade del mondo – o sparsi senza ordine tra i banchi delle università – fu una vera e propria messa in scena libera, la recita contro il potere di una generazione desiderante la quale, con l’ipertrofia di un gesto, tolse le parrucche e le barbe finte ai padroni di turno in un simbolico processo collettivo (Discutiamo, discutiamo di Marco Bellocchio). Si trattava di una decostruzione del reale, quello sempre troppo nelle mani del padre, del padrone, del maschio occidentale, anche a costo di perderne infine ogni referente e abbandonarsi all’immaginario. Per poi, nello scarto così scoperto tra generazioni e classi, fare posto al minoritario, linea di fuga sempre vissuta ai bordi del sistema e che da questo sopravvive.
Lo spazio abbandonato, avvolto nel buio e acceso poi dalle fiamme di un potlatch cerimoniale della jouissance, improvvisato dai bertolucciani ragazzi – soli e danzanti – de L’eau froide (1994) di Olivier Assayas, sembra confermare – nella Parigi anni ’70 – la fine della progettualità, la crisi dei rapporti familiari, l’autismo felice di chi se ne frega perché non ha più niente da perdere. Ancora linee di fuga che si librano sulla superficie del mondo, e che il cinema non ha bisogno di raccontare necessariamente in rivolta, a manifestare; ma gli basta seguirli nella loro solitudine tra i boschi, incollarsi ai loro volti per sentire tutto il peso addosso del medesimo mondo. Quel fardello è lo stesso che traspare dallo sguardo di Daria nel finale di Zabriskie Point (1970), quando la studentessa si smarrisce nella sua apocalittica rêverie e immagina la rinascita del mondo a partire da una simbolica distruzione-catarsi della società dei consumi. Il cinema (e Antonioni) torna a parlare per il tramite esclusivo del suo linguaggio e della sua poesia visiva, facendo dell’immagine un campo minato, uno spazio desertico – la Valle della Morte – altro del mondo, ove vagano e guardano due, quattro, mille corpi che tutti insieme amano e desiderano.
Il corpo, luogo primo dal quale rimettere in atto un processo di riappropriazione e rinascita, è molteplice: il cinema può essere quel corpo che vede e sente, che tocca lo spettatore e ne strappa via l’inconscio; che può sdoppiarsi, moltiplicare i punti di vista, appropriarsi del desiderio e della sua immanenza (Dionysus in ’69, di Brian De Palma/Richard Schechner). Il cinema è quel luogo che chiamiamo dell’evento.