Visions du Réel 2024 – Voci dal passato e sguardi sul presente

Il Festival di Nyon si conferma un luogo di assoluta libertà artistica e politica, un’oasi per ogni voce che tenti di raccontare la complessità del nostro tempo attraverso nuovi approcci al reale

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Nel panorama geopolitico attuale sempre più costellato di dolorosi conflitti e crisi umanitarie, la memoria diventa il primo irrinunciabile atto di resistenza da compiere. Il valore di un Festival internazionale si misura anche e soprattutto nella cura con cui decide di dar voce a chi voce non ne ha e a chi racconta storie lontane dalla quotidianità comune in formati fuori norma. La 55a edizione del Visions du Réel di Nyon si conferma un luogo di assoluta libertà artistica e politica, un’oasi inclusiva per ogni voce che tenti di raccontare la complessità del nostro tempo attraverso nuovi sguardi e approcci al reale. La masterclass di Jia Zhang-ke ha indicato la via per tutti gli ospiti del Festival, cineasti, giornalisti e semplici appassionati. Quest’anno il Festival ha ospitato 88 anteprime mondiali in rappresentanza di 50 paesi da ogni parte del globo, a riprova del grande impegno a configurarsi luogo di incontro per una pluralità di racconti.

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A cominciare da The Landscape and the Fury della svizzera Nicole Vögele, film vincitore del Premio della giuria nel Concorso internazionale. Vögele ci proietta al confine fra Croazia e Bosnia-Herzegovina, una delle aree di maggior conflitto nelle guerre balcaniche degli anni ’90, oggi luogo di passaggio per i migranti che fuggono in direzione Nord Europa. In quella lunga linea di confine tra foreste incontaminate che celano un passato doloroso, la regista ha trascorso alcuni anni a scrutare il tragico presente che tuttora si ripropone. Individui provenienti dall’Afghanistan, dall’Iraq, ma anche dalla Siria o dal Burundi, uomini, donne e bambini che approdano nei piccoli villaggi bosniaci di confine, senza scarpe né soldi, portando con sé solo storie terribili. Il film segue il ritmo delle stagioni in questo paesaggio liminale, imponendo un ritmo contemplativo che cattura la realtà lasciando allo spettatore il tempo della riflessione. La camera naviga così fra il passato reso visibile dalle mine rimaste nel sottosuolo dopo la guerra e il presente, quello degli abitanti dei paesi e di chi transita con speranza. Il silenzio del paesaggio rappresentato acquista ancor più significato con ogni suono provocato dai pochi personaggi in campo, così come la parola può diventare l’unico segno di umanità in una desolazione crudele e inspiegabile.

Il film vincitore nella sezione Burning Lights è A Fidai Film di Kamal Aljafari, un autore abituato a esplorare i confini narrativi del cinema intrecciando fiction e non-fiction, documentario e videoarte, lavorando sugli archivi e il found footage per sprigionare il potere sovversivo insito nelle immagini. Durante l’intervento militare in Libano nell’estate del 1982, l’IDF (Forza di difesa israeliana) ha saccheggiato e devastato l’archivio del Palestine Research Center di Beirut. L’archivio conteneva più di 25.000 documenti storici sulla Palestina, tra cui una collezione di immagini e filmati che componeva la più grande collezione al mondo sulla storia palestinese. L’intera memoria visiva del paese è diventata così un bottino di guerra, ribattezzato in parte per motivi ideologici. In A Fidai Film, Kamal Aljafari recupera queste immagini perdute per lungo tempo creando una contro-narrazione in forma di sabotaggio cinematografico, in grado di restituire una visione diversa su un popolo che è stato doppiamente depredato, sia della sua terra che della sua storia.

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Rising Up at Night di Nelson Makengo racconta della paradossale situazione in cui si sono ritrovati gli abitanti di Kinshasa, la capitale del Congo. Mentre è in costruzione la centrale elettrica più grande del continente, i 17 milioni di abitanti di Kinshasa si ritrovano al buio più totale, senza aver accesso alla corrente se non con delle batterie. Mentre alcuni formano comitati pubblici e altri trovano rifugio dall’oscurità nella preghiera, la città si prepara a festeggiare Natale e Capodanno. Makengo mette in scena un affresco poetico e politico, con i suoi personaggi che si fanno strada in notti buie e disperate ma con la forza della comunità a illuminare l’intera cittadina. Una volta abituato l’occhio all’oscurità, il film di Makengo si accende e diventa un’esperienza sensoriale fuori dal comune, di certo molto più efficace in sala che di fronte a uno schermo. Tra i titoli più interessanti di Visions du Réel 2024 c’è The Return of the Projectionist di Orkhan Aghazadeh. In una remota regione tra le colline dell’Azerbaigian, due amici con 50 anni di differenza decidono di voler riportare a tutti i costi il cinema nel villaggio. Insieme devono scalare le colline per trovare il segnale internet e ordinare una nuova lampada per il vecchio proiettore, convincere il villaggio a costruire e cucire uno schermo, saldare vecchi videoregistratori, superare la commissione di censura e ignorare le voci maligne che circondano il progetto, il tutto cercando di non scoraggiarsi. Tra Nuovo Cinema Paradiso di Tornatore e One Second di Zhang Yimou, il film di Aghazadeh commuove per la passione che domina i suoi protagonisti, in cui traspare la nostalgia per il cinema come arte destinata al popolo e alla comunità, ancora meglio se su pellicola.

La visione più intrigante di questa edizione del festival è probabilmente Grand Theft Hamlet di Pinny Grylls e Sam Crane, già vincitore del South by Southwest 2024 di Austin nella sezione documentari. A una prima occhiata potrebbe apparire anomalo trovare un film completamente girato in un videogioco all’interno di un Festival dedicato al “reale” come il Visions du Réèl, ma Grand Theft Hamlet riflette sulla vita reale in maniera così attenta e fuori dal comune da trascendere il mezzo. Bloccati in casa durante la pandemia del 2021, Crane e un suo amico attore hanno trascorso gran parte del tempo giocando a Grand Theft Auto (GTA) Online. Con i teatri chiusi e quindi senza possibilità di lavorare, i due insieme alla regista Pinny decidono di mettere in scena l’opera di Shakespeare all’interno di GTA stesso con attori-giocatori trovati nel gioco. Lo spettacolo comincia a prendere forma tra assurdi casting e prove grottesche, ma nel mondo di GTA come in quello di Amleto, la violenza regna sovrana e i protagonisti devono portare avanti il loro progetto nonostante la minaccia sempre presente di essere uccisi da altri giocatori con priorità meno shakespeariane. La narrazione transmediale cinema-videogioco è diventata negli ultimi anni fin troppo popolare ma Grand Theft Hamlet aggiunge alcune riflessioni molto interessanti sul rapporto utente-avatar e quindi l’identità videoludica. Il film prende una piega sempre più esistenziale quando gli impegni del “mondo reale” diventano più pressanti nel momento di riapertura post-pandemica. Mentre il rapporto di coppia tra Grylls e Crane si trasferisce completamente sui loro alter ego digitali, comprese discussioni talmente reali da far dimenticare allo spettatore di star assistendo a un videogioco. La follia di GTA rende il tutto esilarante e riesce a coprire alcuni momenti meno coinvolgenti in cui cala la tensione e la narrazione si sfilaccia seguendo la modalità random tanto cara agli appassionati del videogioco.

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