What Do We See When We Look at the Sky?, di Alexandre Koberidze

Il regista georgiano racconta una favola contemporanea con una struttura narrativa atipica, un flusso di storie e di corpi che si inseguono senza mai trovarsi. In competizione alla Berlinale71

Tutto comincia con un piccolo incidente. Lisa e Giorgi, due ragazzi di Kutaisi, in Georgia, si innamorano a prima vista dopo essersi scontrati per strada, in fuoricampo, e prendono un appuntamento per rivedersi. Complice la magia cadono però preda di un sortilegio, e la mattina dopo, al risveglio, avranno un aspetto diverso in confronto al giorno prima, e gli sarà impossibile riconoscersi. Oltre ai connotati mutati, sono scomparsi anche le capacità, Lisa da promettente studente di medicina finisce per essere costretta a cercare lavoro in un bar, Giorgi smarrisce il talento come calciatore, eppure tutto succede senza conseguenze drammatiche, in un’atmosfera galleggiante di eterna sospensione. L’entusiasmo per il calcio è un’altra delle componenti importanti, a fare da sfondo alla fragile storia d’amore ci sono infatti i mondiali, attesi con trepidazione dalla popolazione, una passione sottolineata con la scena di alcuni ragazzi ripresi a giocare a pallone mentre risuona Notti magiche di Gianna Nannini ed Edoardo Bennato.

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Il cinema di Kobaridze strizza l’occhio alla poesia, come il precedente Let the Summer Never come Again (con cui condivide anche il formato extralarge) e si sofferma sull’insignificante ed inosservato mondo, perde i punti di contatto consueti e si perde nella dolcezza del presente, si ferma sugli imprevisti ed imprevedibili momenti quotidiani, trascurati e rassicuranti. A strutturare la vicenda è una voce narrante, dal tono fiabesco, quasi canzonatoria nel pilotare il racconto fuori dai margini di importanza, sulle orme di un cane o dietro alle avventure di una coppia intenzionata a girare un film. Ras vkhedavt, rodesac cas vukurebt?, questo il titolo originale dell’opera, diventa un affresco dove tutto risulta utile al quadro, pieno di corpi di passaggio legati ai protagonisti da legami sottilissimi, come se i tanti incontri casuali della vita rimasti senza traccia trovassero improvvisamente un sussulto.

I dialoghi sono rari e sintetici, mentre l’impronta registica è molto evidente, dai movimenti di macchina alla zoomate, accordata su un tono mai frenetico, sempre a cavallo di un’onda evanescente. La stessa relazione tra Lisa e Giorgi resta un concetto ideale, solo sussurrato, neanche troppo interessato a rompere l’incantesimo, talmente idealizzato e rarefatto da rasentare l’indifferenza. Tutto sommato tale insieme di leggerezza e mancanza di riferimenti assume la sembianza di un sogno, con i suoi incontri misteriosi, e rende vana, nella sua perdita di coscienza, la ricerca di spiegazioni logiche, vuole nutrirsi solo di un abbandono spaziale e temporale, per muoversi in una verità priva di malizia. In un ritratto atipico, quasi grottesco, di una favola contemporanea.

La valutazione del film di Sentieri Selvaggi
3.7

Il voto al film è a cura di Simone Emiliani

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