ZEBRA CROSSING. 2019: #biennalevenezia VS. #triennalemilano

L’anno 2019 è l’anno di Blade Runner. Casualmente due mostre molto importanti hanno intrecciato il proprio destino nello stesso anno, chiudendo una a ridosso dell’autunno e l’altra proprio nel mitico mese di novembre. Parliamo della Triennale di Milano e della Biennale d’arte di Venezia, rispettivamente “Broken nature” e “Interesting times”.

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La coincidenza resta impressa anche perché entrambe le mostre provano a raccontare il futuro. Non si tratta di una vera coincidenza, dato che, oggi più che mai, ragionare di arte significa provare a capire cosa succederà poi. Ma resta interessante il legame accidentale col film, un legame che ci chiede se il futuro vedrà “interesting times” o sarà “broken”.

In effetti non c’è molta distanza dall’accezione dei due aggettivi. Broken rimanda ad una visione pessimista e la Triennale crea un percorso che possa fare da monito, nell’ottica di una sensibilizzazione verso i problemi che l’antropocene sta creando. Interesting invece è aggettivo più sfumato; giustamente il presidente Baratta sottolinea la sottile ironia inglese per cui “interesting” può essere visto sia bene che male, fedeli al proverbiale humour britannico. Accezione quindi non totalmente negativa ma che può aprirsi ad un velo di speranza. Vitale resta capire il proprio tempo. Cosa non facile.

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Se prendiamo il film di Scott il problema non è solo capire cosa sia vero e cosa sia finto, cosa umano e cosa sintetico, ma anche cosa sia autentico (del proprio tempo) e cosa posticcio (simulante un’epoca non propria). Il cosiddetto film di scenografia per antonomasia, un luogo, come dice Scott, “…ambientato 40 anni nel futuro…. un film vecchio di 40 anni collocato 40 anni nel futuro.» è un film in cui i livelli storici si dispongono in abisso. Le scenografie del 1982 creano un mondo in cui si possono mischiare edifici veri di un passato finto (Los Angeles di 40 anni prima rispetto al film) ed edifici finti (in stile noir) di un passato vero ma ricreato per darsi una Storia. Tutto dentro un meccanismo di finzione scenografica. Se questi sono i livelli di lettura allora è chiaro come il passato o la Storia siano oggetti da usare per venire ricollocati a nostro piacere (anche solo estetico).

Ora, questo riutilizzo, questa ridefinizione, sono immediatamente visibili se prendiamo l’esempio dell’opera “Mixtape” dell’americano Scott Bodenner (siamo in Triennale). In essa l’uso dei nastri delle audiocassette degli anni 80 per creare tessuti ricolloca l’oggetto “audiocassetta” sia come funzione che come nostra memoria, andando a spostare il dato nostalgico verso nuovi utilizzi e quindi nuovi pensieri. Guardandoli ci sorprendiamo della trasformazione di senso e di uso, come avviene guardando il film di Scott, anche solo per il citato uso di un immaginario stile anni 40 in un mondo avanti di 40 anni dal presente del 1982. Cioè tra tre anni.

Sono questi argomenti ormai palesi, su cui si è ragionato moltissimo. Ma resta interessante vedere come quella scossa elettrica data da Blade Runner abbia veramente attecchito nel nostro inconscio collettivo, al punto di darla per scontata per andare oltre nella ricollocazione postmoderna, di cui il film è un caposaldo.

Normale quindi sentire gli stessi rimandi teorici vedendo l’installazione “Dear” di Sun Yuan e Peng Yu (siamo in Biennale) che usano una manichetta di plastica sottile e lunghissima per animarla con dell’aria a pressione in modo che si muova in modo caotico e violento, sbattendo contro le pareti di plexiglas che la contengono. Questo piccolo stratagemma ci fa subito venire in mente film da noi amati come “La cosa” di Carpenter in cui, probabilmente con un effetto simile, il geniale Rob Bottin faceva saltare fuori dal corpo le vene dei malcapitati umani presi come contenitori dalla Cosa.

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Si notino qui vari spunti: intanto il cinema diventa sorta di “letteratura” a cui attingere per proseguire la nostra creazione di immaginario (è probabile che i due artisti cinesi conoscano il film di Carpenter); il “ritorno” del cinema in altro ambito eleva il cinema a universo culturale che permea il reale col proprio esempio, a volte non derivante dal reale stesso ma muovendosi in modo autonomo; il riutilizzo di oggetti – siano essi fisici che teorici (un’idea, un tempo andato) – è la base di un modo di approcciare il reale che, dall’avvento del postmoderno, si è radicato talmente tanto da diventare arma per combattere i vari inquinamenti dei nostri tempi.

Che il cinema sia solco profondo e fecondo lo abbiamo sentito direttamente sulla pelle, come fosse un raggio di sole, appena giunti al padiglione della Lituania a Venezia (siamo ancora in Biennale). Luogo in cui abbiamo assistito alla performance vincitrice della Biennale Arte 2019, la già mitica spiaggia di Sun & Sea (Marina) di Lina Lapelyte, Vaiva Grainyte e Rugile Barzdziukaite. Appena raggiunta la pedana elevata dell’hangar della marina militare, pedana da cui guardare la spiaggia, abbiamo subito pensato al cinema di Robert Altman, a quell’uso della profondità di campo in cui pare siano i nostri occhi a decidere dove guardare. Ma in cui poi è il regista che li indirizza usando il suono. L’installazione viene definita “opera lirica a 13 voci”. Tali voci non si sommano ma proseguono un canto, a volte da sole a volte accompagnate e solo in alcuni momenti diventano un vero coro. Oltretutto gli attori e le attrici della performance sono più di 13, in modo tale che durante un coro altri possono continuare la loro “vita” non curandosi del resto, né dei propri compagni né ovviamente del pubblico. Le curatrici creano quindi uno spazio che potrebbe essere un palco in cui la vita prosegue a dispetto di chi sta parlando al pubblico. Ma per punto di vista e uso delle voci ci viene chiesto veramente di fare un montaggio mentale verso il particolare di quella voce, quella persona, quel dettaglio di gambe, borse, teli, racchettoni. Tutto mentre la vita sulla spiaggia continua tranquillamente e ogni nucleo fa storia a sé. Si sta quindi oltre il teatro e verso un cinema senza cinema, molto caratterizzato dalla richiesta di uso dei nostri occhi come obiettivi. Un cinema senza lenti che ci chiede di essere noi “obiettivi”, un cinema che ci viene chiesto di creare nella nostra testa. L’esempio del caos furbo e ordinato di Altman torna prepotente beffandosi di ogni tipo di teatralità ammissibile. L’installazione diventa quindi una festa dell’occhio che viene coinvolto in un gioco di scoperta che ad ogni incontro può trovare del nuovo.

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Un nuovo mostrato fino a toni parossistici che sorprendono, divertono o spaventano. Come l’installazione “Human X Shark” di Ai Hasegawa (chiudiamo in Triennale) in cui l’artista e designer giapponese esprime tutto il distacco per la sfera maschile da parte delle donne, che, stufe di venire viste come oggetti sessuali, possono ipotizzare prossime relazioni con gli squali. Seguendo una precisa dimostrazione logica di tale assioma, e forte di molte ricerche di biologia marina, la Hasegawa si accorda con la Shiseido per avere due essenze, una per l’uomo e l’altra per gli squali, fatte con ingredienti come bergamotto, limone, rosmarino, alghe particolari, glicine etc. al fine di attirare sessualmente i terribili predatori per raggiungere la agognata copula.

Al di là dello “scandalo” si noti come un artista visivo (una designer) con una bizzarra, quasi herzoghiana, urgenza espressiva trovi il modo di realizzarla unendosi ad un brand che sponsorizza l’operazione, creando di fatto quel trait d’union che non solo porta il design dalla parte della megalomania cinematografica, ma unisce l’arte e il libero pensiero al mercato, e unisce anche la donna allo squalo. La Hasegawa che dice ironicamente: “la distanza tra uomini e donne sembra allargarsi talmente tanto, da essere identica a quella che io come donna potrei avere con uno squalo o un alieno” e anche: “faccio i miei progetti in tono ottimista, anche se possono essere visti come distopici. Voglio utilizzare il potere della percezione più saggiamente e vedere il mondo con una luce differente” pone le basi per un salto palese da pensiero ad azione, con il vero spargimento di profumo sulla muta, fino a mettersi in gioco di persona e andare molto oltre il concetto di acting e fiction.

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Human X Shark from aikiaiki on Vimeo.

Se il progetto ci spiazza dobbiamo subito ricollocarlo in una sorta di trilogia acquatica dopo i suoi precedenti “I wanna deliver a shark…” e “I wanna deliver a dolphin…”, capendo che dall’urgenza la designer è passata ad un vero sistema. Verso quindi un mescolamento dei generi volto a ridisegnare un futuro che possa essere più inclusivo tra cinema e design, realtà e finzione, e uomo con natura. Ma questo ci fa vedere la Hasegawa veramente come “film designer” o “cinema designer” (fate voi) dove il designer, seguendo il progetto (design), crea qualcosa che non è più solo oggetto ma sistema di pensiero proprio di un universo filmico con tutti i suoi rimandi. Mentre nei precedenti esempi il cinema era “solo” un territorio di raffronto, qui stiamo oltre la dinamica “specchio” o “ricordo”. Il progetto di Ai Hasegawa, provocando scandalo, sussume come subconscio (e scusate il gioco di campi semantici) tutto il cinema precedente, ci basti ricordare il citato Herzog e le sue finte/vere megalomanie.

Il postcinema come cinema esploso, espanso, dato come junghiano inconscio collettivo, pare sia quindi un’energia che immette coraggio nelle nostre scelte di vita, di lavoro, di ricerca, muovendoci verso nuove traiettorie ancora tutte da esplorare.

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