ZEBRA CROSSING. Die Spy Kill Kill: 007 Remix

Questa puntata di Zebra Crossing parla di un tema che ci sta a cuore, ovvero il rimescolamento.

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L’economista Paul Romer, specializzato nella teoria della crescita, afferma:

la crescita economica autenticamente sostenibile non deriva da risorse nuove ma da quelle già esistenti, rese più preziose dalla riorganizzazione.

Lo spunto ci viene dato dalla recente pubblicazione on line del film Die Spy Kill Kill di Teamspyral. Si tratta di un lungo film di montaggio (oltre due ore) in cui si prova a creare forse il James Bond movie definitivo, assemblando tutti i pezzi dei vari Bond movies mai apparsi finora al fine di creare una storia simile alle avventure dell’amato agente 007. Siamo quindi alle prese con un chiaro caso di rimescolamento di ingredienti noti, per creare qualcosa di nuovo e diverso. Nuovo ma simile però (e su questo punto torneremo). Dal sito si può trarre immediatamente lo spirito dell’operazione:

We have recut every official James Bond film down to a single movie, featuring all six Bonds, all trying to kill each other.

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Poco importa poi se narrativamente tale operazione non funzioni, perché visivamente invece tale summa è davvero una sorta di esperienza diversa dai normali film di 007. Potrebbe essere definito una sorta di “quintessenza bondiana”, fatta di tutte le ripetizioni seriali presenti nei film e intese come tessuto e terreno dell’universo Bond. Quindi abbiamo simili situazioni, simili scene, simili sguardi, e per esempio capiamo più che mai il senso di riconoscere lo stesso attore che interpreta Q (fino alla sua dipartita) come legame (bond) tra ogni episodio, come fosse filo conduttore fatto di sé, dei suoi oggetti oggetti innovativi e sperimentali (il design) e della sua proverbiale ironia.

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A riprova di ciò vediamo cambiare invece, sia nella saga di Bond che in tale film rimescolato, gli attori che interpretano proprio Bond o il cattivo di turno. Quasi non interessasse la loro presenza in quanto attori, ma in quanto ossatura di una funzione che deve ripetersi. Quindi vere figure funzionali alla storia che possono benissimo restare tali dato che non si è interessati a null’altro che alla loro resa. Il rimescolamento allora potremmo dire sta forse alla base della serialità bondiana, ma deve sempre riuscire a ridare ciò che il pubblico si aspetta. Questo non ci pare molto distante dal concetto per cui un oggetto di design deve essere per prima cosa fruibile come oggetto, altrimenti perde la propria connotazione di design e ne assume una artistico-contemplativa di tipo scultoreo. Se ci pensate lo stesso vale per la serialità di Bond, e il film esperimento sulla serialità, sulle ripetizioni nella serie, altro non fa che illuminare in modo ancora più chiaro le analisi da sempre fatte sull’universo dell’amato agente segreto, non volendo ovviamente porsi sul mercato.

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Parlando di mercato, ma di mercato audiovisivo, ci sovviene che in musica lo straordinario esempio del sampling, che da decenni sentiamo vivere di vita propria dentro celeberrimi brani hip hop, ci dice che è possibile creare forme nuove e interessanti prendendo pezzi musicali già creati e non creandone di nuovi, bensì riadattando, traslando, modificando, ricontestualizzando tale repertorio in nuovi modi. Teoricamente tale pratica può essere fatta per tutto lo scibile e William Burroughs, per cambiare ambito, è uno dei classici esempi che si cita in letteratura. Ma riguardo il mercato audiovisivo sembra vero ciò che dice Kevin Kelly nel suo libro “L’inevitabile” in cui si parla del persistente bisogno del mondo audiovisivo di dover creare ex novo immagini utili per montare film e raccontare storie.

Un film di successo è una creatura gigantesca fatta a mano. Come una tigre siberiana, richiede la nostra attenzione ma è anche molto rara.

Sappiamo bene tutti come la forma dell’audiovisivo in sé permetta molto facilmente  -soprattutto oggi- la scomposizione, il rimescolamento, il furto di pezzi da altre opere e il conseguente ri-assemblaggio in nuove forme, ma possiamo tuttavia affermare che il mercato mainstream abbia comunque bisogno tuttora di nuove immagini da “creare” per ottenere, forse, credibilità. Tale mercato poi pratica sistematicamente un profondo mascheramento, per cui ciò che si guarda appare sia nuovo ai nostri occhi che molto simile a ciò che conosciamo. Questa sorta di marketing di alto livello per prodotti milionari che devono per forza vendere (tipo i film della Marvel) è molto assimilabile a ciò che potremmo definire “design cinematografico”, qualcosa in cui la serialità di Bond è stata maestra per tutti sin dall’inizio. Quindi si può dire che la ripetizione seriale non deve essere identica, ma declinata in nuove forme, forse a preservare in modo romantico, e completamente avulso dalle “magnifiche sorti progressive della tecnica”, l’aura dell’opera d’arte. La cosa non si pone ovviamente per le pratiche sperimentali, che già oggi sono vive e abitano il web. Ma se prendiamo per esempio il video qui sotto (tratto dalla filmografia di Michael Bay) tale punto di ripetizione ritorna. Il prototipo vende e deve essere serializzato, mentre rimescolare deve essere fatto sempre in modo che si raggiunga l’equilibrio esatto delle parti, tra il riconoscimento e la riproposizione. Per non cadere appunto fuori dalle vendite.

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In tv e sul web il rimescolamento è infatti molto presente. Forse il nostro tipo di fruizione ci permette di assecondarlo più facilmente. Mentre potremmo dire che al cinema, inteso qui proprio come luogo, i nostri occhi non riescono a convalidare una reale pratica di rimescolamento, se esso non viene mascherato. Questa concessione oggi riusciamo a farla per mezzi che forse inconsciamente riteniamo più bassi, tipo la tv e il web. Non era così un tempo, se solo pensiamo alla Verifica Incerta di Grifi. L’occhio comune era più allenato per permettersi salti sperimentali e, non avendo altri mezzi di fruizione visiva che non fossero il cinema, era possibile riuscire a guardare film di montaggio privi di mascheramento, opere che esibivano il proprio essere sperimentali e la propria ricerca. Magari erano presentati in rassegne e in cineforum, ma l’attenzione del pubblico medio verso la ricerca era molto alta.

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Sappiamo poi come andarono le cose, ma almeno in Italia siamo stati i fortunati testimoni dell’epopea di Blob (che da Grifi trasse spunto) capace di stare in programmazione in prime time per anni esibendo orgoglioso il proprio processo di costruzione (o assemblaggio). Blob ci pone questioni di fondamentale importanza. Se si prende la dichiarazione di Ghezzi “Blob è un vuotivo” è ancora lecito chiedersi per esempio se la somma delle parti assemblate -o rimescolate- sia più vuota delle parti prese per se stesse (e infatti tornano in mente i suoi montaggi di trash televisivo italiano di tale bassezza che, se visti in sequenza, davano senso di nausea pure più forte che quando presi singolarmente, per dire uno solo dei vari effetti fisici o mentali).

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Oggi il linguaggio audiovisivo si declina in vari mezzi, ognuno con proprie peculiarità linguistiche, e infatti, a fronte dell’offerta audiovisiva che ogni device ci porta facilmente in tasca, ci si chiede cosa sia veramente il cinema nel 2018. Sembra quindi che la frammentazione tipica di una specie di rimescolamento la ritroviamo in app come Instagram per esempio, che con le sue storie frammenta le nostre vite in piccoli video, che noi mentalmente riconduciamo a un tutto. Come se fossimo noi a rimescolare nella nostra testa ciò che abbiamo appena visto (e che non rivedremo mai più data la natura effimera di tali storie). Si potrebbe anche obiettare che sono tutte immagini ex novo, ma ormai sappiamo come l’ex novo sia relativo… Non siamo quindi molto lontani da Blob (cioè da una serialità che dura da decenni, ma si crea sull’effimero televisivo che sparisce appena viene visto), ma ci si contrappone nettamente alla forma classica del cinema, cioè la storia unica, nuova, che ci viene mostrata in sala.

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Ovviamente sappiamo bene anche come questa ultima affermazione sia azzardata, dato che il cinema non è solo questo. Forse stiamo progressivamente abbandonando la sua forma precedente, e la pratica del rimescolamento, resa facile dalle nuove tecnologie, è di aiuto in questo abbandono. Di base molto deriva dalle nuove tecnologie; lo capisce come sempre benissimo Francis Ford Coppola che inventa “Distant Vision”, suo ennesimo eccezionale esperimento di cinema in cui si prova ad andare oltre. Ma oltre cosa? In questo video il regista spiega cosa vuole provare a fare, anche se percepiamo più il suo bisogno di provare che di avere conferme. Tuttavia è chiaro come siamo innanzi ad un rimescolamento non più di immagini già usate, bensì di tecniche: la tv, il teatro, il cinema etc. Infatti Coppola si è reso conto, guardando la NFL in tv, che la tecnologia oggi permette una presenza capillare intorno a un evento, capillare ma molto meno invasiva di un tempo. Quindi prova a raggiungere la creazione di un live cinema in cui il pubblico non guarda più un film sullo schermo (cioè in modo mediato) ma guarda un film avvenire sul set (quindi in modo immediato).

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Allora, forse come per le Instagram stories, così qui è compito del pubblico rimescolare mentalmente i punti di vista che le molte camere usate creano per riprendere gli attori. L’esperimento per ora è stato fatto dal regista presso l’università dell’Oklahoma, con solo poche trasmissioni in diretta live in selezionati angoli degli US. Si può dire che il rimescolamento, dato dalla capacità digitale, può essere portato a livelli molto alti per leggerezza di costruzione produttiva. Così che tale non sia più davanti a un film su uno schermo, ma dentro un film che si monta nella nostra testa.

Sembra in un certo senso di sentire l’eco della lezione di Carmelo Bene riguardo il concetto di “scrittura di scena”. Questo però significa principalmente l’esistenza di un cinema oltre il cinema, come atteggiamento filosofico che va oltre la mera produzione audiovisiva. Il rimescolamento fa benissimo parte di tale pratica, e anzi esalta tale atteggiamento, laddove vuole essere più sperimentale che mai. Ma si pone per ora in un’area fuori dalla possibilità commerciale che il cinema come prodotto audiovisivo seriale di massa necessita per sua natura. La transizione oltre se stesso e verso una micro serialità diffusa, come le storie di Instagram, porterà a una ridefinizione di tale natura.

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