ZEBRA CROSSING. Il #supersalone di Milano tra instagram e futuro

Dopo molto tempo ritorna la Milan Design Week creando il Supersalone, col Fuorisalone ad accompagnare. Zebra Crossing torna a Rho per capire cosa ha comportato questo lungo stacco

Dopo un lungo periodo di assenza e infinite discussioni finalmente il mondo ha rivisto il Salone del Mobile, cuore della Milan Design Week, aiutata questa anche dalla presenza di un Fuorisalone organizzato in rincorsa.

I molti nodi da sciogliere prima della manifestazione hanno visto le dimissioni del precedente presidente del Salone del Mobile Claudio Luti, a causa anche del ritardo nella approvazione della fiera, e la conseguente nomina di un nuovo presidente nella persona di Maria Porro (classe 1983).

La manifestazione fieristica è stata affidata alla cura di Stefano Boeri ed è risultata molto diversa dalle precedenti edizioni da noi descritte.

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SCENEGGIATURA: Tutti i corsi in arrivo della Scuola di Cinema Sentieri selvaggi


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A Rho innanzitutto si è tornati a fare il Salone in settembre, dopo trent’anni esatti dallo spostamento in aprile voluto dal Cosmit nel 1991.
Ma soprattutto lo si è chiamato Supersalone proprio per rimarcare quella netta differenza che andremo a raccontare.

Il Supersalone è stato moltissimo voluto dal sindaco di Milano Sala (ora in piena campagna elettorale) che, insieme ad altri attori del settore, ha ottenuto che non si saltasse un altro anno dopo il nefasto 2020, proprio per dare un segnale sia al mondo fieristico, economico ed industriale italiano, sia ai competitors stranieri (soprattutto Colonia). Serviva riaffermare che Milano è ancora la capitale mondiale del design.

Fidelizzazione, superficie, instagrammabilità, rimescolamento

Le prime parole che ci vengono in mente sono “fidelizzazione” e superficie. Fino addirittura a coniarne una nuova e tremenda: “instagrammabilità”. Fidelizzazione dei brand ai propri clienti, tramite linee per lo più conosciute. Superficie perché appunto non si è voluto sconvolgere, ma restare su una geometria delle apparenze, interessante per l’esposizione (le foto sui social) ma lontana dal risolvere le nuove problematiche di design (il futuro delle nostre case).

Svoltosi in soli quattro padiglioni (quando di solito li prende quasi tutti) il Supersalone ha evitato la netta distinzione dei reparti (per esempio Euroluce o Salone del Bagno etc.) presentando invece un “rimescolamento” che fa capire bene sia lo stato delle cose sia lo spirito di ri-cominciamento dopo la drammatica sosta.

Si sono quindi rimescolate le carte portando tutti sullo stesso livello, in modo simile alla sentenza contro le compagnie di tabacco di cui si parla nel primo episodio di Mad Men. Infatti molti brand importanti (tipo Giorgetti o Marazzi) si sono ben guardati da questa inusuale e forse confusa dinamica, non presentandosi a Rho ma restando nei propri showroom del centro di Milano. Altri grandi nomi hanno fatto buon viso a cattivo gioco dando prova di una eccezionale creatività (tipo Molteni, su cui torneremo). Infine alcuni piccoli hanno molto gioito nell’ “apparire” a pari di fianco ai grandi, dando prova di resistenza e vitalità nonostante tutto (pensiamo ad Arrmet di Udine).

Proprio Arrmet ci ha parlato con ottimismo di questa ripartenza dalla stessa linea, di questa ritrovata democraticità. Ovviamente la democratizzazione è un nodo fondamentale che va ben oltre il Salone del Mobile, ma è interessante come sia questo evento a testimoniarlo, a dimostrazione della centralità del mondo del design non solo nell’immaginario occidentale ma anche nelle sue dinamiche esistenziali.

Il Supersalone quindi è stato soprattutto importante per le piccole realtà che hanno avuto modo di farsi ritrovare dai propri clienti. Quindi energia alla citata fidelizzazione piuttosto che all’innovazione. Infatti grandi novità non si sono viste, né al Salone né al Fuorisalone. Mentre sicuramente è stata chiara la volontà di non mollare da parte del settore.

Una solida resistenza che, facendo un salto, potremmo ritrovare nel legame sempre più forte tra design e video. Indubbiamente la pandemia ha portato quelle complicazioni che hanno fatto giustamente aguzzare l’ingegno.
Si prenda per esempio Egoitaliano, realtà mediopiccola di Matera che si è presentata con uno splendido promo ispirato a Wes Anderson, in cui titolari e dipendenti si sono prestati come attori per mostrare la nuova collezione.

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Oppure ADI che ha creato quatto grandi spazi rotondi (da vedere anche come metafora di ideali colonne su cui reggere la ripresa) in cui la sedia (“non c’è oggetto più iconico per il design”) viene riproposta sia fisicamente nelle sue varietà storiche, sia iconograficamente come protagonista di immagini audiovisive.

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Ormai poi moltissimi stand usano normalmente gli schermi a led per ampliare la visione del prodotto e l’orizzonte immaginifico del cliente, e anche il MDFF è sempre più presente curando le proiezioni da vedere in rotazione seduti sui gradoni in legno creati ad hoc.

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A parte alcuni interessanti talk (tipo l’intervista di Cristina Morozzi a Humberto Campana) dal punto di vista del prodotto il Salone è stato oggettivamente più “povero” del solito. Si è sentita l’assenza degli ipertecnologici brand asiatici e tale assenza non è stata bilanciata purtroppo dall’interessante uso dei codici QR per esempio. Un peccato perché ormai questi codici sono capaci di dare un ulteriore senso sia al luogo che al tempo, di mostrare quanto il design sia sempre più paesaggio facilmente attraversabile per trovarvi stimoli esterni, diventando essi imprescindibili in ogni output: dalla brochure digitale ufficiale ai cataloghi dei brand. Fino alla geniale, perché costretta, soluzione di arredo invisibile adottata da espositori come Dimorestudio o Davide Groppi, che usando il codice QR non hanno di fatto presentato prodotti per non affollare il proprio esiguo spazio fieristisco.

Una tecnologia a “togliere”, si potrebbe dire. Lontana quindi dal caro bisogno concreto di toccare con mano il mobile. Tuttavia, uscita dalla porta la concretezza del tatto è rientrata dalla finestra in alcuni esempi di arredo per l’intrattenimento. Per esempio Vertigo, il tavolo arcade di Vismara. Il brand brianzolo rende reale la mitica scena di 007 Mai Dire Mai in cui Bond si siede ad un tavolo con un videogame incorporato per combattere una guerra nucleare contro il cattivo Klaus Maria Brandauer. Vertigo è un tavolo reale in cui il videogame inserito riesce ad elevare su altri livelli l’oggetto di design.

La botta del Covid sicuramente è stata fortissima anche a livello creativo. Si è notata una interessante tendenza alla chiusura dentro piccoli spazi. Non sono pochi i prodotti pensati per essere chiusi, o permettere quasi di chiuderci noi dentro essi. Quasi per isolarci da contaminazioni. Viene in mente Quinti che crea una poltrona con parete munita di tavolino, casse e controllo audio incorporato. Oppure Laura Meroni che crea cabine armadio cilindriche da chiudersi ermeticamente per salvarci dentro l’attrezzatura da golf o l’angolo bar.

    

Chiusura, protezione, fidelizzazione, quasi paura. Insieme al bisogno di apparire quindi esistere almeno come immagine (l’instagrammabilità).

L’orizzonte di Molteni

Presente fin dal 1961 come fondatore del Salone del Mobile Molteni è un brand storico che da generazioni porta il vessillo brianzolo del design italiano nel mondo. Forte di tutto ciò, avrebbe benissimo potuto chiudersi anch’esso nel proprio showroom di Corso Europa aspettando il ritorno del Salone vero e proprio (5-10 aprile 2022). Invece ha accettato la sfida usando il “piccolo” spazio concessogli (in effetti piccolo per un brand simile).
Il connubio tra Francesca Molteni (regista e designer affermata e nipote del capostipite Angelo) e Ron Gilad (designer israeliano tra i più famosi e importanti al mondo) ha portato a creare un ideale corridoio passeggeri dentro una fusoliera d’aeroplano in cui i sedili sono la poltrona Round D.154.5, pezzo progettato da Gio Ponti nel 1954 e rieditato da Molteni&C in collaborazione con i Gio Ponti Archives.

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L’installazione ‘Flight D.154.5’ vede un lungo e stretto spazio, aperto su un solo lato, in cui sediamo su queste poltrone e ammiriamo la collezione attraverso i video in loop trasmessi dentro gli oblò posti sull’altro lato.

Le mancanze e le intuizioni del Fuorisalone

Dopo tale gioia per gli occhi fu poi difficile ritrovare simili visioni girando per il Fuorisalone.
L’attesa del tardo via libera (luglio) non ha giovato alla creazione di importanti installazioni, e se in generale le aree milanesi coinvolte hanno mostrato molti prodotti (Brera su tutte) poche sono state le punte di vero clamore.

Il livello più alto lo ha raggiunto Alcova all’ospedale militare di Baggio, continuando la propria indagine sulla periferia e andando a infilarsi in uno dei luoghi più sperduti della ridente cittadina. Tale sforzo però ha portato alla possibilità di allestire una vera cittadella del design in cui molti giovani hanno potuto mostrare con acume le proprie creazioni. Con piacere ricordiamo: lo studio giapponese Spread; lo studio americano LOT in collaborazione con la galleria danese Etage; lo studio giapponese DDAA; la performance di food art di Laila Gohar sul tavolo refrigerato di CIAM; lo studio americano Lindsey Adelman; le giovani Josefin Zachrisson e Mira Bergh.
A questi dobbiamo aggiungere per soffermarci la spettacolare installazione “Milk Bar” di HEAD, l’università di Art & Design di Ginevra: si sale una rampa di scale nella palazzina adibita a lavanderia dell’ospedale, si passa una soglia e si entra nel (la versione aggiornata del) Korovo Milk Bar. L’installazione ricrea in modo mirabile e potente non il bar ma almeno la sensazione del set di Kubrick, complice ovviamente la mitica musica di Wendy Carlos. I drappeggi bianchi debolmente illuminati contornano uno spazio in cui al centro sta un bar circolare pronto a donarci un po’ di latte più succo d’arancia (tentativo di refrigerio nella calura estiva) e decolliamo verso l’amata ultra-nostalgia.

Abbiamo apprezzato gli olandesi di Masterly a Palazzo Turati ma si è sentita molto la mancanza dello studio Ventura e le sue installazioni presso la Stazione Centrale. È stato bello scoprire alcune primizie come Jung Love a Brera o Nitto in Tortona ma si è sentita una certa ripetitività nelle installazioni presso l’Università Statale. Il Tortona district forse è mancato un po’ con un Superstudio che alla fine si è affidato alle facili ma pur sempre straordinarie linee Lamborghini coi due nuovi modelli. Sicuramente Hermés alla Pelota o lo studio di Carlo Ratti presso l’orto botanico hanno fatto sognare, con la geometria onirica del primo e l’onirismo sferoidale del secondo. Tuttavia qui ci si avvicina molto ormai a quella dimensione che potremmo chiamare “instagrammabilità” sempre più centrale nella produzione contemporanea.

Alla fine della lunga settimana abbiamo sentito di aver camminato per kilometri senza essere arrivati veramente a un punto. La scena nella societa 3.0 è presa dalla forma, dall’apparenza e da palcoscenici con un proprio linguaggio come Instagram. Per questo le visioni che restano impresse sono quelle che sanno farsi intelligente combinazione di fattori reali ed astratti.

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