VENEZIA 60 - Amicizie amorose... "Lost in traslation" di Sofia Coppola (Controcorrente) e "Matchstick Men" di Ridley Scott (Fuori concorso)
Due film sull'amore che sarebbero piaciuti ad Alberto Savinio (che li avrebbe inseriti nella sua Enciclopedia), due storie che paiono cogliere le dinamiche dei rapporti umani sotto un inedito punto di vista. I sentimenti possono essere bellissimi, anche se ti svuotano dentro e ti ricostruiscono da capo.

Se sembra dunque essere la (strana) famiglia, rinnovata difficile e complessa più che mai, il leit motiv di questa sessantesima Mostra della laguna, due film americani paiono centrare le dinamiche dei rapporti umani sotto un inedito punto di vista, soprattutto in una società contemporanea sempre più liberata (?) e ossessionata dal sesso. "Lost in traslation" di Sofia Coppola, che uscirà da noi con l'emblematico titolo L'amore tradotto..., racconta di quei particolari momenti della vita nei quali incontri delle persone che, all'apparenza, non hanno nulla a che fare con te e con il tuo mondo, eppure riesci a instaurare con loro un rapporto straordinario e inaspettatamente profondo. Più o meno così lo racconta la giovane regista del sorprendente Il giardino delle vergini suicide, e Lost in traslation è costruito, cucito addosso al corpaccione di Bill Murray, qui Bob Harris, attore hollywoodiano in trasferta a Tokyio per girare uno stupidissimo quanto remuneratissimo spot pubblicitario. E' un mondo completamente diverso dal suo e Bob trascorre le sue giornate tra un set dove non capisce una parola e l'albergo dentro un grattacielo, con la vista su Tokyo ma sempre più chiuso in un universo particolarissimo. E il bar (e la tv in camera) diventa il suo luogo di ritrovo, con se stesso dato che non trova nessuno con cui condividere le serate, e soprattutto quella maledetta insonnia che, complice il fuso orario, lo attanaglia da giorni. Ma proprio l'insonnia sarà l'elemento in comune iniziale che lo metterà "in gioco" con Charlotte (Scarlett Johansson), giovanissima moglie di un fotografo attivissimo (Giovanni Ribisi), anch'ella perduta nel "vuoto" della capitale giapponese. E dopo un fugace primo incotnro al bar dell'albergo tra i due iniziera' una curiosa quanto anomala relazione, fatta di camminate, percorsi notturni, dialoghi liberi e senza troppe limitazioni e/o obbligazioni, e Charlotte aiuterà Bob a immergersi nelle notti di Tokyo, in compagnia con un gruppo di suoi amici pazzi e scatenati. Bob e Charlotte troveranno in questo vagare notturno una comunicazione nuova, inessenziale e magnificamente "inutile", ovvero che non ha una precisa destinazione "d'uso". E allora il karaoke, la tv con i vecchi film in camera, le passeggiate notturne e le lunghe chiacchierate non costituiscono uno svago necessario a una vita che "non gli basta più". No, Charlotte e Bob hanno le loro vite di cui sono rispettivamente piuttosto felici, e quest'incontro rappresenta una luce nel buio di giornate di solitudine particolare. La Coppola sembra far respirare i corpi dei due protagonisti, con una leggerezza di sguardo che non vedevamo dalle commedie sofisticate degli anni Trenta, ma anche con quel misto di sentimento e malinconia che rende il rapporto tra i due qualcosa di "inafferrabile". Non puo' diventare qualcos'altro, ne' perdersi li', per sempre. Ed ecco la Coppola regalarci quel finale da brividi sull enote di un vecchio hit dei Jesus e Mary Chain, con Bob che in partenza per l'aereoporto vede Charlotte dal taxi e la rincorre per le affollatissime strade di Tokyio. La raggiunge, l'abbraccia forte e le sussurra qualcosa all'orecchio prima di salutarla definitivamente. E' in questo piccolo gesto - di un'intimità così clamorosa dalla quale la regista ci tiene letteralmente fuori - che sta tutta la bellezza di un film tenero e divertente, leggero e non "fondamentale" come tutte le cose più belle della vita...

Matchstick Men invece (che uscirà in Italia con il titolo Il genio della truffa...) è una sorprendente commedia diretta da Ridley Scott (la sua prima?), con un piglio talmente sicuro e di classe che fanno pensare a una forte presenza, in fase di realizzazione, del produttore esecutivo Robert Zemeckis, da sempre capace di costrurire sceneggiature "perfette" per le commedie americane. Qui ci troviamo di fronte a un truffatore di classe, Roy (NicholasCage) un vero asso nel suo lavoro, afflitto però da un incredibile serie di tick e problemi di "adattamento" al mondo, che lo fanno essere allergico a tutto, ossessionato dalla pulizia e completamente dipendente dalle medicine. Perse le quali in un giorno di crisi estrema finisce sotto le cure di uno psichiatra che, oltre a dargli delle nuove medicine, lo convincerà a fare i conti con il passato, in particolare con la sua ultima donna, abbandonata incinta circa tre lustri prima. Da qui la storia prende un'altra direzione, perche alle truffe eleganti del protagonsita e del suo socio Frank (Sam Rockwell) e alle manie ossessive di Roy si aggiunge una variabile imprevedibile e impazzita: la figlia Angela (un'incredibile Alison Lohman) che Roy si ritrova a conoscere ormai già bella e cresciuta, piccola giovane quattordicenne, sveglia e intelligente e con tutti i problemi dei ragazzi della sua età. Qui Roy si troverà ad affrontare un imprevisto che non è solo dato dalla esuberanza della ragazza, dal suo voler stare con il padre e partecipare alle sue truffe, ma soprattutto dall'emergere di quel sentimento amoroso paterno mai provato prima, qualcosa che va oltre ogni aspettativa ed esperienza precedente. Ecco, senza sottovalutare il brio, la freschezza e il magnifico appeal dato al film dagli interpreti, sembra nascondersi proprio in questo "rapporto d'amore" padre/figlia la forza emozionale esplosiva di Matchstick Men. Perché al di là delle sorprese di un finale apparentemente imprevedibile (che ovviamente non vi anticipiamo) e' proprio questa acquisizione, questo immergersi anima e corpo dentro un sentimento nuovo, dentro questo amore assoluto (che lo spingerà a fare cose mai compiute prima), che sta il cambio di personalità e di prospettiva che si trovera' ad affrontare Roy. Che, forse, non sarà proprio fortunato ma imparerà a conoscere a apprezzare la forza e ilvalore dei sentimenti.
Se vogliamo, provocatoriamente, la differenza tra il cinema americano migliore e quello italiano è tutta nel come guardano questo rapporto padri/figli. Nevrotico e vuoto ne Il miracolo (da bacchettate sulle mani al pur bravo regista), complesso ed emozionante in Matchstick Men. I cineasti italiani hanno dimenticato che... i bambini ci guardano.
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