"Terra di confine", di Kevin Costner

Sono fisici comuni e corpi stanchi, corpi ordinari e sguardi autunnali quelli che Costner, in "Open Range", mostra di amare e adorare oltre ogni limite filmandone una consistenza materica intessuta di pause e silenzi, carezze dell'occhio e molte parole dolci, definitive, finalmente "responsabili" dei corpi e delle anime che le hanno pronunciate

Esistono corpi cinematografici politici? E se si che cosa sono? Come sono articolati? Sembrano queste le domande poste da alcune splendide pagine di cinema americano che è possibile leggere in questi giorni nelle nostre sale. Domande che potrebbero apparire un po' scontate - quante volte abbiamo scritto e parlato di corpi e materia a proposito di film e modernità...-, oppure semplicemente inutili se consideriamo che lo spettro semantico del termine "corpo" è ampio e ambiguo: vi sono corpi sociali, istituzionali, organici e anfibi; e poi, naturalmente, vi sono corpi politici,  se  con questa definizione intendiamo gruppi, corporazioni o semplici aggregati di uomini e donne che lottano per affermare e difendere alcune idee. Fin qui, dunque, nulla di strano. Ecco che allora la paradossalità dell'accostamento fra il termine 'corpo' e l'aggettivo 'politico' nasce solo e soltanto quando questo vago sostantivo assume una precisa connotazione ontologica indicando il mio corpo, proprio questo corpo qui, che ognuno di noi accarezza e sente pulsare quotidianamente; un semplice organismo con tante cellule, fibre e neuroni, rughe e magari qualche capello bianco. Ma può questo corpo abbandonato in un set dagli spazi immensi ed infiniti avere un suo peso politico? A guardare Terra di confine - Open Range, l'ultimo magnifico capolavoro firmato ed interpretato da Kevin Costner, ma anche le deformi asimmetrie di tutti i protagonisti di Big Fish di Tim Burton, verrebbe subito di rispondere affermativamente al curioso interrogativo. Non tanto per la storia raccontata dal regista attore, una trama tante volte esplorata dal "genere" western attraversata da sfide e duelli, e popolata da ex pistoleri e gente comune che non intende più sottostare alle prepotenze di uno sceriffo corrotto; ma proprio per la densità fisica, la carne e la pelle consumata di un manipolo di eroi per caso stretti fra la terra di territori sconfinati e la pioggia battente di un clima selvaggio e aspro come le rughe di Robert Duvall.

Fisici comuni e corpi stanchi lontanissimi, ad esempio, dalle algide e "fofiane" speculazioni filmiche di un falso autore come Matteo Garrone (...bisognerà pure intenderci una buona volta su cosa sia un vero corpo cinematografico!); solo corpi ordinari e sguardi autunnali che Costner mostra di amare e adorare oltre ogni limite filmandone una consistenza materica intessuta di pause e silenzi, carezze dell'occhio e molte parole dolci, definitive, finalmente "responsabili" dei corpi e delle anime che le hanno pronunciate. Ed è proprio questa responsabilità, così umana così fisica così fragile, il segno interiore di un'esteriorità che non ha nulla di eroico o "maledetto", che non vuole giocare d'astuzia con lo spettatore riproponendo o riaggiornando i codici di un genere fin troppo saccheggiato da Hollywood. Anzi, a ben vedere, Open Range potrebbe anche non essere un western ed assomigliare piuttosto solo ad una storia di uomini e donne illuminati dalla grazia e dalla bellezza di corpi leali e normali, individui tanto reali da apparire quasi fuori contesto o, comunque, magnificamente avulsi dall'immaginario western costruito in tanti metri di pellicola.

Ecco perché la politicità di questo capolavoro riposa tutta nella corporeità esplosiva perché mite e "responsabile" di Kevin Costner, del magnifico Robert Duvall e di una Annette Bening che sembra spuntare da una carovana condotta da John Ford, probabilmente il regista "classico" alla cui elegia del quotidiano più si avvicina la poetica di Costner, o da una pagina di un romanzo di Cormac McCarthy; tutti "uomini dei sogni" che l'autore di Balla coi lupi e L'uomo del giorno dopo avvicina lentamente nella prima mezz'ora di film, quasi fossimo in una di quelle "pause radure" dove amava albergare Serge Daney, per poi raccontarne gli attriti, le fughe, i contatti, le passioni e le amicizie. Dipingendo segni e corpi qualunque in grado di capovolgere ogni mito e restituirci un west umano e vibrante, senza "crepuscoli di idoli" od eroi ma denso di piccole braci di resistente fragilità.

 

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