"Oro Rosso", di Jafar Panahi
Ormai il cinema di Panahi ha che fare con l'evidenza, per cui le immagini vengono svuotate da qualsiasi senso esterno e colte da uno sguardo attraverso il quale è il mondo stesso a muoversi su se stesso in direzione del suo continuare semplicemente ad essere. Dell'immagine non resta che la sua nudità, la sua superficie quanto mai profonda.

Panahi apre uno spiraglio sugli spazi interni e il cerchio non è perfetto, il cinema non è più al riparo dagli sguardi esterni e quindi liberi da regole sociali. Anche quel palloncino bianco degli esordi diventa un involucro imperfetto che svolazza oggi sulle ombre nere dei veli e di una società spaccata in due tra miseria e umiliazione. Sono bui i film di Panahi, porosi, e alle immagini e ai segni sostituisce ovunque lo sguardo. Non fa sparire le immagini e i segni ma li mobilita verso lo sguardo, verso il reale. A differenza di Kiarostami, nel suo "discepolo" manca la precisione di un'inquadratura, la sensibilità di pellicola e d'illuminazione, ma il cinema è intensificato, è spinto negli angoli dell'essenza e si stacca dalla rappresentazione per volgersi verso la presenza. La presenza non è solo affare di una visione: essa si dà ad un incontro e ad un'inquietudine costante. Ormai questo cinema ha a che fare con l'evidenza, per cui le immagini vengono svuotate da qualsiasi senso esterno e colte da uno sguardo attraverso il quale è il mondo stesso a muoversi su se stesso in direzione del suo continuare semplicemente ad essere. Dell'immagine non resta che la sua nudità, la sua superficie quanto mai profonda, la sua pelle, ciò per cui ciascuna immagine diventa singolare e attira su di sè uno sguardo, un desiderio, una repulsione, un assenso, un diniego, una ferita, una gioia. E la vita... non continua, si ferma all'incipit, scivola lentamente dallo schermo con una pistola puntata alla tempia. Le sbarre si sovrappongono tra dentro e fuori tra lo sguardo e il riguardo finale senza assumere autorevolezza e tanto meno autorità da sedicenti posizioni e istituzioni depositarie di un senso dato al di là o oltre ciò che vedi. Mobilitare lo sguardo, renderlo vigile, animarlo, non attraverso finestrini di automobili, o piani prolungati, ma trascinandosi stancamente facendo il tragitto all'inverso: non riflettere un fuori, ma aprire il dentro su se stesso. Sarebbe bello però poter vedere il cinema iraniano, censurato dall'Europa dei festival, quello familiare, d'azione, d'intrattenimento "puro", quello più esplicitamente "statale" e paradossalmente più "politico". Sulla panoramica di Teheran, di notte, prima dell'unica dissolvenza verso la luce del giorno, prorompe un "rutto" deflagrante, unico giudizio di cuore e di corpo di un'esistenza prepotentemente introspettiva e (di)vagante. Fuori dal genere o sui generi, resta Naderi, (verso il quale sembra tendere anche Panahi) podista del "movimento/cinema" e del tempo, baluardo imperioso dell'Iran moderno: duro e caotico tra ulivi e frumento e cemento e metropoli.
Titolo originale: Talaye sorkh
Regia: Jafar Panahi
Sceneggiatura: Abbas Kiarostami
Fotografia: Hossain Jafarian
Montaggio: Jafar Panahi
Musiche: Peyman Yazdanian
Scenografia: Iraj Raminfar
Interpreti: Hussain Emadeddin (Hossein), Kamyar Sheissi (Ali), Azita Rayeji (fidanzata di Hossein), Shahram Vaziri (il gioielliere), Ehsan Amani (lo sconosciuto al bar), Pourang Nakhayi (l'uomo ricco), Kaven Najmabadi (il venditore), Saber Safael (il soldato)
Produzione: Jafar Panahi Productions, Lumen Films, Mikado Films
Distribuzione: Mikado
Durata: 97'
Origine: Iran, 2003
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