Il Torino Film Festival torna alle origini
“Gianni Amelio, anche se non l’ha voluto dichiarare, si è rifatto alle edizioni che precedettero quelle dirette da Moretti, e forse avrebbe dovuto ringraziare la D’Agnolo Vallan e Turigliatto di avere reimpostato il festival su basi serie e seriamente perseguite. Si deve dare atto ad Amelio di essere tornato, in larga misura, ai contenuti del progetto iniziale. Di fare cioè un festival con una sua propria fisionomia, non legato alla sua persona, ma aperto alle istanze del nuovo cinema, curioso nelle scoperte, disposto al dialogo.”
Riceviamo, e volentieri pubblichiamo, un commento alla 27° Edizione del Torino Film Festival di Gianni Rondolino, già Presidente del Festival dal 1982 al 2006.
Che il Torino Film Festival abbia raggiunto, nel corso degli anni, una sua ben precisa identità, pare fuor di dubbio. Anche questa 27a edizione, diretta da Gianni Amelio, ha sostanzialmente seguito le tracce del passato, occupandosi in primo luogo di scoprire nuovi film e possibilmente nuovi autori, di guardare al mondo del cinema al di fuori di schemi consolidati, di aprirsi al nuovo da qualunque parte possa arrivare. Una ricerca continua che richiede competenza e pazienza, e non sempre dà i risultati voluti o anche solo sperati. Perché, come si sa, è sempre più difficile organizzare e dirigere un festival cinematografico che abbia una sua ragion d’essere, in un momento in cui non soltanto pullulano rassegne, mostre e festival, ma il cinema nel suo complesso sta attraversando una fase che dire critica è poco (almeno come lo si intendeva una volta). Non è questa la sede per disquisire sul cinema contemporaneo e sui suoi modi di diffusione e di ricezione.
Semmai c’è da dire che oggi è proprio il consumo capillare delle immagini filmiche attraverso quello che i francesi hanno chiamato les quatre écrans – sala cinematografica, televisione, computer, cellulare - a costituire paradossalmente il limite di una reale partecipazione allo spettacolo in quanto tale, di una comprensione collettiva e criticamente motivata di un film. Di conseguenza si assiste a una certa carenza di autentica cultura cinematografica, nel senso più ampio del termine. Ciò comporta, da un lato, la difficoltà di organizzare un festival cinematografico che sia realmente nuovo e innovativo; dall’altro, il rischio di non trovare più quegli spettatori curiosi e ricettivi che costituivano la base su cui costruire un programma.
Il Torino Film Festival, da quando nacque nel 1982 come Festival Internazionale Cinema Giovani, ha sempre seguito la strada della ricerca e della sperimentazione, rivolgendosi in pari misura al presente e al passato, scoprendo cioè nuovi talenti e riscoprendo talenti già affermati ma spesso poco noti. Di qui le sezioni delle varie rassegne contemporanee e anche le retrospettive dedicate alle “scuole” cinematografiche o ai singoli autori. Di anno in anno questo “modello” è stato applicato con serietà e fedeltà, sulla base ovviamente delle tendenze critiche dei vari direttori che si sono susseguiti alla guida del festival, ma mantenendo sostanzialmente inalterato il suo contenuto di fondo, la sua “ragion d’essere”. Un contenuto e una
ragione che, sotto la direzione quadriennale di Giulia D’Agnolo Vallan e di Roberto Turigliatto, raggiunsero un livello difficilmente eguagliabile, soprattutto dopo la direzione di Stefano Della Casa, che era parsa alquanto provinciale, molto più legata a Torino e al suo pubblico, tale da avere diminuito l’interesse che la critica italiana e straniera aveva riservato al festival. Saranno proprio Giulia e Roberto a riportare il Torino Film Festival al centro degli interessi della critica qualificata, soprattutto straniera, senza per questo smarrire il pubblico locale, sempre più numeroso e crescente ad ogni edizione della rassegna. Si parlava allora di un pubblico di sessanta-settantamila spettatori, che ormai aspettava il festival come un appuntamento annuale imperdibile. Poi, nel gennaio 2007, successe quel cambio brusco di direzione e di presidenza, su cui non occorre tornare, avendo scritto in proposito un lungo memoriale intitolato Descrizione di una battaglia che è stato ospitato e ancora si può leggere su Sentieri Selvaggi. La nuova direzione di Nanni Moretti, imposta da Alberto Barbera e dai politici locali in maniera scorretta e contro il regolamento, provocò l’allontanamento di Giulia D’Agnolo Vallan e di Roberto Turigliatto e le mie dimissioni da presidente.
Ma è acqua passata, se non fosse che, in una intervista rilasciata a ”La Stampa” il 23 novembre u.s., nelle pagine della cronaca di Torino, Alberto Barbera, per molti anni direttore del festival e membro attivo dell’Associazione Cinema Giovani, ha dichiarato testualmente: “Il pubblico straordinario che Nanni [Moretti] ha avuto il grande merito di aver riportato qui, facendolo raddoppiare rispetto al passato, si è ripresentato compatto”. Dai dati forniti dallo stesso Barbera, gli spettatori del festival morettiano furono 66.000. Credo che nelle precedenti edizioni, quelle dirette da D’Agnolo Vallan e Turigliatto, la cifra fosse più o meno la medesima, come ho ricordato. Ciò che Moretti aveva portato al festival, a scapito della qualità delle scelte di programma, alquanto mediocri e davvero poco innovative, fu l’attenzione dei media, come ricorda Barbera nell’intervista, ma non certo della critica, soprattutto internazionale, che infatti in parte lo disertò. E’ quindi scorretto affermare, come fa Barbera, che a Moretti “va il grande merito di aver attirato a Torino una curiosità che si era persa”. A lui va semmai il merito (o, se si vuole, il demerito) di avere concentrato su di sé l’attenzione e la curiosità dei media, più che sui suoi programmi di direttore.
Ma veniamo alla 27a edizione, quella diretta da Gianni Amelio. Non v’è dubbio che la stampa, almeno quella nazionale, ha seguito con attenzione il festival, un po’ per riscontrare eventuali differenze fra i due registi-direttori, ma anche e soprattutto perché la rassegna era ricca e stimolante, con una buona scelta di film e due eccellenti retrospettive. Sulle quali, tuttavia, vorrei dire che quella dedicata a Nicholas Ray, seguitissima dal pubblico, aprirebbe un discorso sul valore e sul significato delle retrospettive del Torino Film Festival (che qui non posso ovviamente aprire), e quella dedicata a Nagisa Oshima, non originale perché già presentata altrove, non è stata sufficientemente sorretta dallo stesso festival e purtroppo pochi spettatori l’hanno seguita. Poiché penso che questo interesse della stampa e più ancora della critica sia dovuto in larga misura proprio al programma, vorrei sottolineare il fatto che esso si richiama, ben più di quello delle due edizioni di Moretti, ai principi su sui è nato e si è sviluppato il Torino Film Festival. Cioè la ricerca del nuovo e la sperimentazione. In questo senso Gianni Amelio, anche se non l’ha voluto dichiarare, si è rifatto alle edizioni che precedettero quelle dirette da Moretti, e forse avrebbe dovuto ringraziare la D’Agnolo Vallan e Turigliatto di avere reimpostato il festival su basi serie e seriamente perseguite, con un ristretto gruppo di collaboratori di grande valore. In altre parole, sebbene lo stesso Moretti avesse seguito una sua strada, che non era quella prevista da Alberto Barbera e Stefano Della Casa, cercando di mantenere la struttura delle precedenti edizioni, si deve dare atto ad Amelio di essere tornato, in larga misura, ai contenuti del progetto iniziale. Di fare cioè un festival con una sua propria fisionomia, non legato alla sua persona, ma aperto alle istanze del nuovo cinema, curioso nelle scoperte, disposto al dialogo.
Perché tutto era nato, checché ora ne dica Barbera, dalla presenza del Festival di Roma. “E’ stata creata una polemica artificiosa” - dice oggi - “Nessuno di noi ha qualcosa contro Roma”. Invece fu proprio quel festival a impensierirlo, a fare di tutto per cacciare i direttori di allora, a trasformare il Torino Film Festival in qualcosa d’altro, più appetibile al pubblico generico, più competitivo sul piano della visibilità. Ed ebbe i politici locali e il Museo del Cinema, di cui era ed è direttore, dalla sua parte. Oggi se ne compiace e dichiara: “A tre anni dalla ‘grande rottura’ e le polemiche ingiuste e laceranti che ne seguirono, posso dire che avevo avuto ragione. Bisognava imprimere al TFF uno slancio supplementare visto che la competizione con gli altri Festival si faceva forte”. Le polemiche non furono ingiuste ma necessarie, per mettere ciascuno di fronte alle proprie responsabilità. Che poi la sudditanza di fronte a Roma non sia stata nient’affatto scalfita, ma quel festival continui a essere la spina nel fianco del povero Barbera, ce lo dice la scelta delle date della prossima edizione, spostate di quindici giorni per non essere troppo vicini a Roma. Laddove si potevano benissimo mantenere le date di quest’anno, proprio per dimostrare la vera differenza tra i due festival e vedere come si sarebbe comportata la stampa al riguardo.
Insomma, il merito di Gianni Amelio, che speriamo continui su questa strada e si cerchi qualche altro buon collaboratore, è di avere contrastato la deriva “mediatica” in cui sarebbe caduto il festival se avesse continuato a seguire il modello morettiano. L’avere ridato al Torino Film Festival la dignità che aveva, e che rischiava di perdere, è una benemerenza che gli spetta e di cui deve andare fiero.
Gianni Rondolino
-
ne fa diverse di grinze a dire il vero...
Inviato da boh il 27/11/2009 -
grazie Gianni per la lucidità del tuo articolo e concordo pienamente con le tue parole, frequento da molti anni il festival, e ritengo le edizioni di Turigliatto e D’Agnolo Vallan le migliori di sempre.<br />Non c'è altra strada per Torino che perseguire quello spirito, lontano dalle tv e dai red carpet..
Inviato da stefano il 27/11/2009 -
solito grande Rondolino, che non le manda certo a dire! Ma la staffilata su Steve della Casa è gratuita, e lo sa bene! Steve è stato un gran direttore, forse solo un po'...assente! Ma ha ragione Spiniello, qui è un melodramma familiare! grande sentieriselvaggi!
Inviato da Lucian 6.9 il 26/11/2009
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