LIBRI DI CINEMA – “Isabelle Huppert. La seduzione ambigua”, di Deborah Toschi


Un saggio sulla capacità della straordinaria attrice francese di incarnare alla perfezione le ossessioni dei suoi personaggi, sull' estrema forza dell'immagine finzionale che la Huppert ha costruito nel tempo, cesellandola sul proprio volto e sul proprio corpo come una specie di implacabile ginnasta specializzata in oscurità e insondabilità dell'animo umano. Le Mani editore.

 “Isabelle Huppert. La seduzione ambigua”, di Deborah ToschiISABELLE HUPPERT. La seduzione ambigua
Di Deborah Toschi
Edizioni Le Mani
Finito di stampare nel mese di maggio 2010
Pag. 224 –  12,80 euro

 

 

 La monografia si apre in modo classico, con una biografia dettagliatissima in 5 capitoli, che colloca l'infanzia e l'adolescenza della Huppert in una famiglia borghese che ama il pianoforte e la incoraggia allo studio del teatro (inizia giovanissima con Turgenev e Euripide, e nella sua vita sarà mille volte Medea, non solo quella di Tonino De Bernardi, ma forse ogni possibile Medea). Poi la carriera cinematografica, costellata di scelte ardite, l'incontro con Chabrol, Godard, Cimino, Jacquot, la consacrazione a partire dagli anni '80, di nuovo il teatro: da Shakespeare a Sarah Kane,  attraverso la costruzione sempre più definita di uno stile d'attrice che rappresenterà anche in futuro la vera forza della Huppert: la sua recitazione infatti “lascia intravedere allo spettatore l'urgenza ma non i motivi che guidano il suo agire, e con la sua inaccessibilità sfugge all'introspezione del registro melodrammatico risultando naturale” (pp 17-18).


La seconda parte del volume contiene un saggio sulla capacità della straordinaria attrice francese di incarnare alla perfezione le ossessioni dei suoi personaggi, la loro imperscrutabilità, il loro doloroso segreto, la normalità della loro follia o la follia della loro quotidianità.
Il rapporto con Claude Chabrol viene indagato come esemplificativo di questa speciale aderenza non tanto dell'attrice al suo ruolo, quanto della donna alla donna che racconta recitando, quella che la Toschi sceglie di chiamare l'immagine intrafilmica della Huppert. Isabelle Huppert in L'Amour cachéUn tema particolarmente importante di fronte alle sensazioni che proviamo innegabilmente di fronte alle sue performance - il paradosso dell'attore... che siano sempre in qualche modo stranamente legate alla sua propria identità - naturalmente, un'illusione, che la Toschi spiega con l'estrema “forza dell'immagine finzionale” che l'attrice ha costruito nel tempo, cesellandola sul proprio volto e sul proprio corpo come una specie di ginnasta dell'oscurità e dell'insondabilità dell'animo umano.


Si parte dal dualismo tra vittima e carnefice della Violette Nozière del '78, in cui la Huppert sceglie di tradurre “l'incoscienza del male, quella capacità di esere completamente impermeabili al senso di colpa ed estranei all'etica o anche solo alla morale comune” (p. 47) proprio giocando con gli opposti, esponendosi all'opposto di come ci si potrebbe aspettare, non “in una performance apatica e fredda ma al contrario in una recitazione sensibilissima, vibrante, fatta di sfumature impercettibili” (p. 47) e si continua con una figura complementare, la Marie imprenditrice in aborti di Un affare di donne (1988). In Madame Bovary (1991) la Huppert continua a oscillare in un doppio equilibrio, come doppio è il registro del film, derisorio e drammatico.

Ma è soprattutto, a ragione, in Il buio nella mente del '95 che l'autrice individua un nodo cruciale della personalità attoriale della Huppert, in grado di convertire la sua stessa fisicità algida e sofisticata in “imbarbarimento” per costruire la perversa domestica Jeanne, di passare “dall'introspezione all'esteriorizzazione […] dal silenzio alle grida sguaiate, mantenendo inalterati il ritmo e il carisma” (p. 59). E in grado, aggiungiamo, di padroneggiare ruoli brillanti, quasi comici (la filosofa nichilista di I heart Huckabees e la maschera da istitutrice di Otto donne e un mistero) o sornioni e insieme malinconici (chi, se non lei, poteva interpretare credibilmente un' ex suora scrittrice di racconti pornografici per Hal Hartley (Amateur, del 94)?  Nelle scelte successive di Chabrol si individua poi l'introduzione della variante della perversione (p. 69) che strapperà l'attriceIsabelle Huppert al modello della vittima sacrificale per indirizzarla piuttosto verso un modello femminile “atipico e disturbante” (analisi, questa, che viene sviluppata da un punto di vista originale e interessante, e più denso, in un'altra recente pubblicazione di Le Mani, Cinema femminile plurale di Paola Casella) o verso i ritratti di rigida (e sadica) borghese come in Grazie per la cioccolata.


La Toschi fa suo e il suggerimento di Elfriede Jelinek, la scrittrice austriaca de La Pianista (e sceneggiatrice del prossimo Die Blutgräfin interpretato dalla Huppert) che in una riga sintetizza il  talento speciale di una che non si limita a rappresentare, ma "è". Mentre per descrivere il lavoro particolare dell'attrice, che l'ha resa quell'enigma conturbante che conosciamo, prende in prestito la formula dei tropismi di Nathalie Sarraute, la scrittrice vicina al Noveau Roman – lievi smottamenti indefinibili che appartengono a una coscienza liminare.
La teoria era interessante: dunque sorprende e dispiace che a questa lettura critica siano dedicate in tutto solo una trentina di pagine (la sezione "La femminilità oscura") su oltre duecento. Il resto è una filmografia estesa, che approfondisce una quindicina di pellicole tra le più rilevanti per la costruzione dell'immagine artistica della Huppert e il suo rapporto con le figure femminili che negli anni le sono state proposte da grandi cineasti, da Alain Robbe-Grillet a Tavernier, da Bertrand Blier a Téchiné, da Werner Schroeter a Michael Haneke, da  Patrice Chéreau a Claire Denis.


INDICE

 

Isabelle Huppert                                          p. 9

L'esordio artistico. 
Un nuovo volto per il cinema francese          p. 9
Una fragile femminilità                                  p. 17
Signore in rosa e in nero                                 p. 29
Un'altra giovinezza a ritmo di musica             p. 35

La femminilità oscura                                    p. 44


Chabrol e la dolce carnefice                           p. 44
Passatempi, crimini e misfatti
della noiosa provincia                                   p. 52
I peccati nascosti dell'alta società                  p. 62
L'enigma come “marca” attoriale                  p. 68

 

Filmografia                                                       p. 73
Bibliografia                                                       p. 200
Indice dei nomi e dei film                                 p. 212

 

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