CINEMA - 1a Festa Internazionale di Roma - "Nacido y Criado", di Pablo Trapero (Cinema 2006)
Trapero si mescola ma non si macchia, si confonde ma non si espande, resta confinato nel set confidenziale, macinando il gusto della scoperta che tanto vorrebbe avere nuovi occhi piuttosto che esplorare nuovi mondi. Dov'è finita quella passata leggera e fiduciosa rassegnazione che non cercava nel vuoto la tensione dell'improvviso?

Di Pablo Trapero ormai se ne parla un gran bene. I suoi film sono attesi da cinefili e critici soprattutto. Da Mundo Grua (vincitore a Venezia nel 1999 del premio della critica) sono passati alcuni anni e altri tre titoli, tra cui quello del 2002 sempre presentato a Venezia, Familia Rodante. Produttore, sceneggiatore, regista, lavora in famiglia, con la sua casa, "Matanza Cine" e suoi più stretti e fedeli collaboratori. Si sente dire spesso di essere tra gli autori di spicco del "nuovo cinema argentino" e intelligentemente risponde di non sentirsi far parte propriamente di un movimento di rinascita estetica, ma semplicemente di un momento, di un tempo in cui ritrovi, tra gli altri, Lucrecia Martel, Daniel Burman, Albertina Carri, Alex Bowen, Fernando Vargas Villazon. Ritrovi in Trapero il viaggio per cercare la buona sorte o per fuggire da quella cattiva, ritrovi il punto di partenza per arrivare alla finzione, attraverso la familiarità delle storie raccontate, senza che forzatamente si trasformino in autobiografiche o artificiosamente socio-politiche. Ma il nuovo non avanza, o meglio, non interessa, o meglio ancora, non riecheggia tra l'aspro e il corrosivo cinema della Martel e neanche completamente nel poetico sentimento di Burman: Trapero si mescola ma non si macchia, si confonde ma non si espande, resta confinato nel set confidenziale, macinando il gusto della scoperta che tanto vorrebbe essere quella di avere nuovi occhi piuttosto che esplorare nuovi mondi. "Nato e cresciuto" (il film arriverà in Italia a dicembre) sono due atti del presente di un passato vissuto nell'agiatezza del suo protagonista con una bella moglie, una bella bimba, un bel lavoro, una bella casa, e il futuro non più regolare e felice perché un incidente ha portato via, sempre al protagonista, i suoi affetti. La routine diviene un incubo esasperante, fatto di vomiti, manie di persecuzione, fantasmi della follia. Isolato nella lontana Patagonia, tra la neve e i ghiacci, Santiago, per scacciare la tragedia, cambia vita: diventa un operaio e cacciatore di pelli. Tiene nascosto il suo passato ai suoi colleghi e trascorre la vita nel dolore più lacerante. Ma la routine si impossessa dello sguardo, sferzato soltanto da improvvisi colpi di scena, mai però convincentemente inaspettati. Trapero lo abbiamo apprezzato più nella sua passata ingenua rigidità e fiduciosa rassegnazione che lasciavano scorrere l'eterno presente, con la consapevolezza di non cercare insistentemente la tensione dell'improvviso. Valorizzato, spettacolarizzato, cine-eroicizzato, il cinema di Trapero, che resta comunque sempre confinato nel limbo dell'indipendentismo, è tanto più incoraggiato a credere nella sua qualità singolare immaginariamente mantenuta quanto più esso è in realtà allineato alle norme del consumo di massa. L'emblema è il bianco della neve ma anche quel bianco che fa da intercapedine, da "sipario", tra il mondo tragicamente lasciato e quello disperatamente trovato: il bianco è proprio quel vuoto che Trapero non colma, ma debolmente subisce, nascondendosi tra salti temporali, narrativi e spaziali ritualmente rassicuranti.
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