VENEZIA 65 - "Vinyan", di Fabrice du Welz (Fuori concorso)
Inscritto tra due immagini del corpo della Bèart, Vinyan di Fabrice du Welz, nel Fuori concorso, è una discesa agli inferi di una coppia che cerca, nella giungla orientale, il figlio risucchiato dallo tsunami. Gli eterni elementi della razionalità e della selvaggia irrazionalità si confrontano in un film che nella sua parte finale perde di ritmo e di efficacia narrativa.
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Il corpo di Emmanuelle Béart (Jean) emerge dal mare e i suoi occhi vanno ad incrociare quelli di un uomo, Paul, il marito (Rufus Sewell). Si apprende che la coppia vive in oriente, in Thailandia. Il loro figlio è stato risucchiato dallo tsunami e Jean crede di rivederlo in un video girato sui luoghi. La coppia parte accompagnata da malavitosi locali alla ricerca del figlio e per una definitiva discesa agli inferi.
Il regista, Fabrice du Welz, è alla sua seconda regia nel lungometraggio, il primo Calvaire, del 2004 è stato presentato a Cannes nella sezione Settimana della critica.
L’elemento che maggiormente salta agli occhi in Vinyan (anime dei morti per morte violenta che vagano), è il progressivo e inarrestabile allontanamento dall’universo conosciuto che Jean e Paul sperimentano durante il loro vagare alla disperata ricerca del figlio. Un allontanamento tale da renderli sempre più estranei al mondo che affrontano. Il loro viaggio è denso di mistero, insidioso e la foresta rappresenta e traduce in immagini l’abbandono di qualsiasi ipotesi razionale. Lentamente e consapevolmente Jean e Paul sprofondano in un abissale inferno, un mondo dominato da altre leggi che Jean saprà interpretare e abitare consapevolmente attraverso un graduale ritorno ai primordi del femminino. In tale modo i due personaggi riassumono le forme della conoscenza. Paul tenta di utilizzare i criteri conosciuti della razionalità, Jean incarna l’incontenibile irrazionalità. In questo suo perverso essere, Jean assume i caratteri dell’ape regina dominando con la propria forza le situazioni e il suo corpo, assurge a manifestazione di questa mutazione e divenendo oggetto e fonte di vita per la comunità dei piccoli indemoniati che i due troveranno alla fine del loro viaggio.
Non soltanto quindi un cammino senza ritorno, in un’accezione narrativa classica, ma anche secondo la metafora sessuale che il film esplicitamente manifesta. In questo ritorno alla madre si riaffermano i legami tra la terra e il femminino, tra l’elemento naturale e l’irrazionalità che sembra dominare le sue leggi e Jean si fa interprete di questa regressione.
Questo sprofondare progressivo dei personaggi impegna il regista per tutto il finale del film che non potrà non far tornare alla mente l’incubo, ben più profondo, di Apocalypse now. L’autore non riesce però a trovare la necessaria sintesi e il dilavamento narrativo che mette in scena finisce l'appesantire il film e privare di efficacia e incisività il racconto e il suo senso originario. È questo forse il difetto principale di un film che avrebbe dovuto rendere vivo, proprio nel finale, l’interesse dello spettatore e che invece du Welz spreca per un eccessivo innamoramento che gli fa perdere di vista il ritmo del suo film, iscritto tra le due immagini del corpo della Bèart che chiude simbolicamente il racconto.
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