"Il nastro bianco", di Michael Haneke
Apparentemente è il film più controllato della filmografia del regista ma, come sempre la sua oggettività è più presunta che reale. Il suo sguardo, che registra alla maniera del Serafino Gubbio operatore di Pirandello, mantiene la sua imperturbabilità ed è forse per questo che è lui stesso, stando lì dall’altra parte, il primo a proteggersi dal proprio cinema. Palma d'Oro a Cannes 62
Punta in alto Michael Haneke attraverso quello che forse potrebbe essere il film più controllato della sua filmografia. Il nastro bianco è ambientato nella Germania del Nord tra il 1913 e il 1914. In un villaggio protestante popolato da diversi personaggi con le loro famiglie (un istitutore un pastore, un medico, un barone) avvengono degli strani incidenti che poco a poco assumono i caratteri di un rituale punitivo. Realizzato in un bianco e nero glaciale e narrato dalla voce fuori-campo dell’istitutore molti anni dopo, Il nastro bianco potrebbe apparire come un cambio di marcia nella filmografia del regista. Si tratta infatti di una specie di ‘kolossal sulla colpa’ che guarda da una parte al Bergman di Fanny e Alexander e dall’altra all’austerità del cinema di Dreyer. I due cineasti scandinavi ovviamente sono su un altro pianeta. Haneke filma gli accadimenti e la Storia che è fuori-campo (gli echi dell’attentato a Sarajevo che daranno origine alla 1° Guerra Mondiale) sempre con il suo sguardo impassibile e impermeabile dal quale emerge un tema costante del suo cinema, ossia l’orrore nella quotidianità presente soprattutto nei due Funny Games ma anche in La pianista. L’oggettività del cineasta è però più presunta che reale. Da una parte esibisce la sua compostezza formale con inquadrature che hanno quasi la fissità dei quadri (la famiglia seduta a tavola), dall’altra mostra immagini-choc (il bambino disabile ferito agli occhi, l’uccellino infilzato nelle forbici) con lo stesso trasporto con cui inquadra un casto bacio tra l’istitutore e la domestica. Il suo ‘cinema della crudeltà’ stavolta è più nascosto ma comunque presente. Peccato che, in questa registrazione impassibile e monocorde che ha la tonalità della voce dell’istitutore nulla si smuove neanche davanti a situazioni e immagini dove in realtà accade diverse situazioni, dall’incendio, alle parole del medico che umilia la donna che si è occupata di lui dopo la morte della moglie. Tutto passa, tutto trascorre come se però non succede nulla. E il film potrebbe durare anche molto di più, con altre tragedie pronte per essere filmate. Lo sguardo di Haneke è lì e registra, come il Serafino Gubbio operatore di Pirandello. È lui stesso, stando lì dall’altra parte, il primo a proteggersi dal proprio cinema.
Titolo originale: Das Weisse Band
Regia: Michael Haneke
Interpreti:Susanne Lothar, Ulrich Tukur, Burghart Klaußner, Joseph Bierbichler
Distribuzione: Lucky Red
Durata: 145'
Origine: Austria, Francia, Germania, 2009
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"è lui stesso, il primo a proteggersi dal proprio cinema", direi che è la chiusa perfetta per descrivere un film dalla potenzialità inespresse, freddo ma troppo freddo, rigoroso ma troppo rigoroso, ricco di sottotesti importanti ma in fondo impassibile, troppo impassibile.
Inviato da Roberto il 05/11/2009 -
Un film freddo e manierista. Palma d'oro a dir poco sopravvalutata
Inviato da Giulio il 31/10/2009
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