"La prima linea", di Renato De Maria
La pellicola di De Maria colpisce per l'atmosfera di dolorosa catarsi che si respira lungo il racconto di una vicenda che – narrata a posteriori – non può fare a meno di votarsi al rimpianto, al ricordo amaro di un fallimento politico, certo, ma soprattutto esistenziale. Ma nel perseguire un rigore estremo si avverte il timore del regista di confrontarsi con un soggetto così controverso, criticato, giudicato già prima di vederne le immagini
"Noi di Prima Linea abbiamo fatto cose da pazzi ma non eravamo pazzi, eravamo convinti di aver ragione. Avevamo scambiato il tramonto per l'alba..."Nell'inerte e volutamente inespressivo primo piano di Riccardo Scamarcio che accompagna il monologo iniziale di La prima linea sembra già racchiuso il senso del film diretto da Renato De Maria: quello di una visione privata, soggettiva, che accompagna ogni immagine, privandola di uno sfondo, di un reale aggancio al contesto degli anni di piombo.
Preceduta da mesi di polemiche, di accuse sulla possibile eroicizzazione dei terroristi Sergio Segio e Susanna Ronconi – che rivivono qui nelle interpretazioni di un soprendente Scamarcio e di una misurata Giovanna Mezzogiorno, una recitazione, la sua, trattenuta, sottopelle – la pellicola di De Maria colpisce in realtà per l'aspetto opposto, per l'atmosfera di dolorosa catarsi che si respira lungo il racconto di una vicenda che – narrata a posteriori – non può fare a meno di votarsi al rimpianto, al ricordo amaro di un fallimento politico, certo, ma soprattutto esistenziale.
E allora scompaiono o sembrano sbiadite e remote le scene di piazza, gli scontri con la polizia, i cortei operai e studenteschi. Scompaiono persino le Br, raccontate di sbieco attraverso qualche frammento di repertorio che si offre ancora allo sguardo in tutta la sua indelebile drammaticità.
De Maria si sceglie un compito arduo, quello di raccontare un rimosso collettivo ancora troppo radicato nell'oggi per poterne avere una visione davvero lucida e distaccata, e troppo demonizzato per poterne restituire un ritratto empatico, con uno slancio se non di solidarietà almeno di comprensione.
Da questa prospettiva il progetto dell'autore merita il rispetto delle imprese impossibili e temerarie, perché se non altro tenta davvero di entrare nel cuore dei suoi personaggi, adottando un punto di vista squisitamente privato, riducendo gli angoli visuali a quelli di spogli appartamenti presi in affitto, ad abitacoli di automobili, universi chiusi e non comunicanti che creano di fatto una bolla tra i due protagonisti e l'universo circostante, in una continua e quotidiana finzione che li rende simili ad attori brechtiani, estraniati dal proprio dramma: una delle scene più riuscite del film è quella che vede Sergio e Susanna protagonisti di un siparietto da teatro partenopeo, con la vicina ruspante che gli lascia il bambino in braccio mentre i due stanno andando a gambizzare il padrone di una fabbrica.
Come i suoi protagonisti, il film acquisisce un andamento crepuscolare, dolente, per nulla incline a spettacolarizzazioni action da "romanzo criminale", ma semmai a un ripiegamento emotivo di natura melodrammatica, in cui al fallimento del progetto di Prima Linea viene fatto corrispondere, prima di tutto, il fallimento di un amore. Che è già morto nel momento in cui Sergio e i compagni si dirigono verso Rovigo per liberare le loro donne dal carcere, quando la riuscita dell'operazione lascia spazio all'inquietudine di un futuro smarrito, anziché all'emozione di ritrovarsi. È la visione retrospettiva impressa al racconto da De Maria, e con lui dagli sceneggiatori Ivan Cotroneo, Fidel Signorile e Sandro Petraglia – che con la "separazione" da Stefano Rulli riesce a svincolarsi dall'ingombrante e schematica prospettiva della storia nella Storia – a imporre di fatto la rinuncia all'epos, per cui sarebbe stata necessaria una fede nell'utopia dei personaggi che qui viene invece negata dalla condanna iniziale ("abbiamo fatto cose da pazzi").
Il film viene così ad allinearsi ad altre riflessioni a freddo sullo stesso tema, come il bel film di Mimmo Calopresti, La seconda volta – che pure si imperniava su un complesso rapporto vittima-carnefice, alla stregua dei ruoli agiti nella loro relazione da Sergio e Susanna – o La mia generazione di Wilma Labate.
Certo è che nella sua continua opera di sottrazione, nel perseguimento di un rigore persino eccessivo, si avverte la paura dell'autore di confrontarsi con un soggetto così controverso, criticato, giudicato già prima di assaporarne le immagini. Come Il grande sogno di Michele Placido, anche La prima linea avrebbe avuto bisogno di maggiore libertà espressiva, lasciandoci col dubbio che i tempi non siano maturi (o giusti...) per raccontare quella storia, come invece altrove accade.
Ma allora, se non si ha – o non si può avere – il coraggio di osare fino in fondo, che senso ha offrire delle rievocazioni a mezza bocca?
Regia: Renato De Maria
Interpreti: Riccardo Scamarcio, Giovanna Mezzogiorno, Lian Riccardo, Fabrizio Rongione, Lino Guanciale
Distribuzione: Lucky Red
Durata: 110'
Origine: Italia, Belgio 2009
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