BERLINALE 60 - "Eu Cand Vreau sa Fluier, Fluier" (If I want to Whistle, I Whistle), di Florin Serban (Concorso)
Disagio giovanile e la difficile esistenza di un diciottenne rumeno, rinchiuso in centro di detenzione. Primo lungometraggio fiction per il regista di Bucarest che prova ad amalgamare nel suo stile freddo e calcolato, l'incalzare della macchina a spalla e la staticità dello sguardo perso nel vuoto, nella desolazione
Silviu è un giovane delinquente rinchiuso in un centro di detenzione isolato nelle campagne romene. Gli mancano da scontare ancora pochi giorni ma a scombussolare la sua calma apparente arriva la visita inaspettata del fratello minore, il quale gli annuncia l’immanente partenza per l’Italia con la madre venuta per pochi giorni in vacanza proprio per venirlo a prendere. Silviu da subito è assolutamente contrario al piano della madre e pensa di farlo saltare. Da quel momento in poi, il protagonista non saprà darsi pace e cercherà in tutti i modi di contattare la madre, con la quale ha da sempre un brutto rapporto. Ottenuto un colloquio nel giorno delle visite, Silviu attacca verbalmente la madre accusandola di avergli rovinato la vita e di aver distrutto la famiglia decidendo di lasciare la Romania. Preso dalla disperazione, tenta un atto estremo con l’intento di convincerla a non partire, coinvolgendo involontariamente anche una ragazza dei servizi sociali, della quale s’è invaghito. Primo lungometraggio fiction del trentacinquenne Florin Serban, regista rumeno, proveniente da studi di filosofia e dall’Accademia del teatro e del cinema di Bucarest. In realtà si tratta della trasposizione di una pièce e l’interprete di Silviu è un attore non professionista. Florin Serban, nato come documentarista, già da qualche anno si è interessato al disagio giovanile nel suo Paese e quindi ha provato a trasformare in finzione ciò che da tempo racconta attraverso il reportage. In effetti sembra alquanto evidente questa sua predilezione per la documentazione per immagini, anche perchè la sua opera risente di un certo accademismo e una preponderante tendenza a dettagliare. La stessa insistenza all’utilizzo della macchina a spalla, con immagini tremolanti, pseudo soggettive o tagli stretti dell’inquadratura incalzanti sui protagonisti, intervallate da improvvise aperture di campo, lascia perplessi e a volte disorientati. Non che il film sia brutto, tutt’altro (convincenti sicuramente sono le parti in cui il film conquista una certa libertà visiva e recititativa, come nella partita di calcio tra i detenuti o nella fuga appunto verso la libertà...) ma la sensazione che lascia è in fondo quella di una freddezza espositiva e la mancanza di una feroce deriva che consentirebbe alla storia un nostro decisivo coinvolgimento. Gli espedienti tecnici utilizzati, più che stratificarsi con il delicato intreccio narrativo, a lungo andare si perdono in un temibile esercizio di stile.
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