"Harry Potter e i Doni della Morte (parte 1)", di David Yates
Questo Harry Potter e i doni della Morte appare come il più astratto, visionario, gelido e nero dell’intera serie, poco spettacolare, sincopato nel ritmo cone una session di free jazz, con continue andate e ritorno, ricerca e fuga. Eccolo, dunque, Harry Potter svoltare verso un cinema della nostalgia, che ci racconta di quanto è doloroso attraversare quel confine, che separa la giovinezza dall’età adulta. Un territorio funereo dove “nessun luogo è sicuro”…
L’inizio è su un dettaglio del volto: una leggera barba, ormai postadolescenziale, fuoriesce dal volto candido del Bambino per eccellenza dell’immaginario del XXI secolo. Siamo alla settima puntata di questa serie infinita, che appunto non finisce qui, visto che l’ultimo volume è stato sdoppiato in due distinte produzioni cinematografiche. E’ la serialità, certo, ma anche le storie che sembrano raccogliere troppi indizi, tracce, percorsi, sottostorie possibili. E più il protagonista della storia (delle storie), più i protagonisti (chè ormai è chiaro trattasi di una triade composta da Harry Hermione e Ron) si avvicinano verso l’età adulta, più tono visualità umore anima delle pellicole diventano cupi, quasi gotici nella loro palese disperazione. Questo Harry Potter e i doni della Morte appare come il più astratto, visionario, gelido e nero dell’intera serie, poco spettacolare, sincopato nel ritmo cone una session di free jazz, con continue andate e ritorno, ricerca e fuga. E’ proprio la fuga il leit-motiv di questo film, che finalmente esce dai giochi “rassicuranti” e “familiari” della Scuola di magia e Stregoneria di Hogwarts, perché i tre giovani protagonisti, ora, devono affrontare il mondo, lì fuori (The Big Chill, Il grande freddo…). All’inizio sono accompagnati ognuno da un adulto, con l’incredibile espediente di moltiplicare le identità di Harry per spiazzare i mangiamorti di Voldemort che vogliono annientare il bambino Potter, ma poi si ritrovano soli. Tre ragazzi soli nei boschi, nel freddo, tra la neve, ma con una tenda magica che fuoriesce dalla borsetta di Hermione che se dall’esterno appare come uan normale canadese da campeggio, all’interno è piena di mobili, spazio e…calore.
Abbandoniamo dunque gli scenari classici della serie, perché questo episodio di Harry Potter fa un salto nell’immaginario del cinema (e della sottocultura) giovanile. Non ci sta nessuna strada sicura, nessun luogo è sicuro, e si va avanti, in fuga, da qualche parte, perchè l’importante è andare, non dove si va (Marlon Brando, ne Il selvaggio, The Wild One, 1953). E ancora: i paesaggi sconfinati in un’idea di fuga senza obiettivi precisi che non siano la fuga stessa (Into the Wild, di Sean Penn ma anche La rabbia giovane, di Terence Malick). I tre ragazzi sono in continuo movimento, senza più una casa, una famiglia (persino Hermione è “costretta”, in una scena straziante, a cancellare i ricordi di se stessa figlia unica dalla memoria dei suoi gentiori, per proteggerli). Senza adulti che li proteggano, anzi con il mondo adulto come territorio di conflitto estremo, oppure, se vogliamo spingere fino in fondo il concetto, con la “condizione adulta” come Morte, morte della giovinezza, dei sogni, dei desideri, del piacere. Eccolo dunque Harry Potter svoltare verso un cinema della nostalgia, che ci racconta di quanto è doloroso attraversare quel confine. E di come una volta attraversato non è più possibile tornare indietro. Quanto è strana e curiosa la vita: passiamo gli anni dell’infanzia e della giovinezza a desiderare di diventare in fretta “grandi” e poi, una volta adulti, passiamo il resto dei nostri giorni a rimpiangere quegli anni “spensierati” (che mera illusione, davvero gli adulti sono privati della memoria come i genitori di Hermione: risuona ancora il grido di Paul Nizan “Avevo vent’anni e non permetterò mai a nessuno di dire che questa è l’età più bella della vita”!)."Mi immagino sempre tutti questi ragazzini che fanno una partita in quell’immenso campo di segale, eccetera eccetera. Migliaia di ragazzini, e intorno non c’è nessun altro, nessun grande, voglio dire, soltanto io. E io sto in piedi sull’orlo di un dirupo pazzesco. E non devo fare altro che prendere al volo tutti quelli che stanno per cadere dal dirupo, voglio dire, se corrono senza guardare dove vanno, io devo saltar fuori da qualche posto e acchiapparli. Non dovrei fare altro tutto il giorno. Sarei soltanto l’acchiappatore nella segale e via dicendo. So che è una pazzia, ma è l’unica cosa che mi piacerebbe veramente fare” ("The Catcher in the Rye", J.D. Salinger, 1951).

Titolo Originale: Harry Potter and the Deathly Hallows
Regia: David Yates
Interpreti: Daniel Radcliffe, Rupert Grint, Emma Watson, Ralph Fiennes, Bill Nighy
Distribuzione: Warner Bros.
Origine: UK/USA, 2010
Durata: 146'
-
visto questa sera, mi ha congelato il cuore.non pensavo che un blockbustermovie potesse emozionarmi così.qualcuno puo'regalarmi una borsa e una tenda come quella di Hermione?
Inviato da Annalisa il 20/11/2010 -
"C'è una gioia nei boschi inesplorati, C'è un'estasi sulla spiaggia solitaria, C'è vita dove nessuno arriva vicino al mare profondo, e c'è musica nel suo boato. Io non amo l'uomo di meno, ma la Natura di più." (didascalia in apertura, citazione di George Byron in Into the Wild)
Guardate i film con il cuore e con la poesia...ragazzi!
Inviato da Luigi Neri il 20/11/2010 -
Sentieri Selvaggi. Noi, dolce parola, noi (ci) credevamo (davvero).
Inviato da Paul Nizan il 19/11/2010
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