VENEZIA 68 - "Wokou de zonji (The Sword Identity)", di Xu Haofeng (Orizzonti)
Con The Sword Identity il wuxiapian si spoglia delle carni e del sangue, per diventare riflessione teorica sulla forma del genere e sulle contaminazioni impossibili provenienti dalla contrapposta cultura giapponese: così facendo però Xu Haofeng realizza un film tutto di testa e poco di cuore, un film che si stima senza mai amare veramente fino in fondo.
Quando il muro tra Oriente e Occidente ha cominciato a sgretolarsi progressivamente, per rivelare ai nostri sguardi vergini i capolavori del wuxiapian di Chang Cheh e di King Hu (e in seguito della new wave hongkonghese, negli anni Ottanta), un universo inedito e sconvolgente si è schiuso per la gioia di tutti coloro che scoprivano per la prima volta le gesta meravigliose e fantastiche di spadaccini e cavalieri volanti. Dopo la trasformazione del wuxia in blockbuster da esportazione, della quale Ang Lee e Zhang Yimou sono da ritenersi i principali responsabili, è sempre più difficile pensare di conservare la stessa purezza e innocenza di sguardo che possedevamo qualche anno fa: con The Sword Identity Xu Haofeng riflette su queste mutazioni e distilla le componenti del genere per tentare di raggiungere un’astrazione che ambisce a essere studio teorico sul wuxiapian stesso, a partire dalle sequenze di combattimento; i duelli diventano quindi rarefatti, istantanei, molto spesso relegati fuori dall’inquadratura. The Sword Identity è indiscutibilmente film di parola più che di azione, il controcampo invisibile del cappa e spada comunemente inteso; Xu guarda alle componenti basilari e lavora di sottrazione ponendo l’accento sulla contrapposizione tra la cultura cinese e quella giapponese, tra la scuola del kung-fu e l’antica tradizione dei samurai. La storia è incentrata infatti sull’importanza di una spada nipponica, una contaminazione impossibile per i tradizionalisti, un oggetto di controversia utilizzato da due spadaccini nel tentativo di superare un’antica sfida tramandata dalla tradizione; se riusciranno infatti a sconfiggere le quattro famiglie di arti marziali della città di Guancheng, potranno ottenere il permesso di fondare una scuola propria. Nella nostra cultura occidentale la spada è poco più di un oggetto, un utensile, un’arma: null’altro. Nel mondo orientale invece rappresenta il cardine di un pensiero e di un’intera filosofia: maneggiarla significa acquistare eleganza e raffinatezza, poter elevare la morale e la spiritualità dell’uomo. Partendo da questo presupposto, Xu si concentra sull’interiorità dei personaggi e sui significati simbolici delle sfide, sviluppando un lavoro teorico indubbiamente stimolante e complesso, raffinato e intelligente: proseguendo in questa direzione però sottrae al wuxia la componente umana che ne è da sempre la principale colonna portante; un’universo di carne e sangue dove le leggi della natura vengono completamente ridimensionate e stravolte, in virtù di uno studio sull’uomo che lotta e soffre e muore perché cerca un posto nel mondo e non lo trova. The Sword Identity si riduce così a un film tutto di testa e mai di pancia, un film per il quale si prova stima e rispetto, ma mai amore incondizionato, mai passione.
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