FESTIVAL DI ROMA 2011 - "Mon pire cauchemar", di Anne Fontaine (Fuori Concorso)
La Fontaine mette in scena una fiera di stereotipi accanendosi sulla cultura istituzionale e idealizzando l'uomo della strada. Ma il tentativo di portare avanti un discorso progressista finisce invece per promuovere un ideale berlusconian-sarkozyiano, in cui il nuovo cinema commerciale francese deride la tradizione autoriale dalla nouvelle vague in poi, iscritta nei volti, sbeffeggiati, di Dussollier e della Huppert
C’è da sperare che la battuta «Di che segno sei? – Leone – Mmm, bruttino» non contenga riferimenti all’opera prima di Rohmer, Il segno del leone, perché altrimenti ai tanti difetti della commedia della regista lussemburghese Anne Fontaine andrebbe aggiunto il reato di lesa maestà.
E invece è sufficiente concentrarsi sull’imbarazzante ronde di macchiette messe in campo per una fiera di luoghi comuni e stereotipi che pone su fronti opposti la gelida direttrice museale Agathe e il proletario Patrick – in senso letterale: il suo unico bene è un figlio così intelligente da meritare di frequentare il prestigioso liceo Henry IV – che irrompe nel lussuoso appartamento parigino della donna portando scompiglio nella sua esistenza irreggimentata. Se il senso profondo del film è riassumibile in un concetto banale come “gli opposti si attraggono”, quel che trasforma una commedia ordinaria in un trattatello supponente è l’intento demistificatorio con cui la Fontaine si accanisce sulla cultura istituzionale, senza salvare niente e nessuno, dalla scuola al museo, all’editoria, per arrivare a celebrare l’ingegnosità della creazione autodidatta e casuale, non imbrigliata da nozioni scolarizzate.
Tentando di fare un discorso progressista la regista finisce invece per promuovere un ideale conservatore e persino berlusconian-sarkozyiano rinvenibile tanto nella visione della donna – che a conti fatti ha solo bisogno di essere dominata sessualmente – quanto nella rappresentazione di un ambiente intellettuale, popolato soltanto da scrittori narcisisti e vacui, pittori di fama internazionale in vena di ovvietà, derisi dall’uomo della strada, ignorante e volgare ma così simpatico.
In questa prospettiva, Benoît Poelvoorde, attore già utilizzato dal nuovo guru della comicità francese Dany Boon (autore di Giù al Nord, il successo che ha dato via al fenomeno Benvenuti al Sud), sembra quasi rappresentare il nuovo cinema francese commerciale cui spetta il compito di (s)travolgere la tradizione autoriale, in un movimento opposto – e reazionario – a quello che dal cinéma de papa aveva portato all’irruzione della nouvelle vague, che pare riflettersi nel volto imbarazzato di André Dussollier, attore simbolo di tanti ex giovani turchi, nonché recente protagonista del bellissimo Impardonnables di Téchiné, a cui tutti non fanno che dare del vecchio. In questo continuo rimescolamento di valori, per cui tutto ciò che è ‘alto’ diventa ‘basso’ e viceversa, Isabelle Huppert deride se stessa e la sua maschera d’attrice estrema ed emaciata. Ma quanto è lontana l’autocritica elegante della frigida Augustine di Otto donne e un mistero di François Ozon…
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