LOCARNO 63 – “Io sono Tony Scott, ovvero come l'Italia fece fuori il più grande clarinettista del jazz”, di Franco Maresco (Fuori concorso)
La summa, forse, dei film di Maresco - perché, più ancora che in altri casi, la parabola di Tony Scott intreccia la sua gloriosa salita all’empireo della musica con la sua rovinosa discesa. Il giro di boa verso la perdizione irreversibile è la decisione di trasferirsi in Italia. Paese che, dice Maresco (evidentemente con cognizione di causa, visto che la cosa è capitata e sta capitando anche a lui), non ha rivali al mondo quanto alla violenta sottovalutazione dei propri talenti
La summa, forse, dei film di Maresco (in precedenza anche di Ciprì) dedicati ai musicisti (tra i quali Miles Gloriosus, Tutti for Louis…). Perché, più ancora che in altri casi, la parabola di Tony Scott intreccia la sua gloriosa salita all’empireo della musica con la sua rovinosa discesa. Figlio di immigrati di Salemi (TP), Anthony Sciacca studia alla prestigiosa Julliard School, incontra il decisivo Charlie Parker, rivoluziona il jazz e il modo di suonare il suo strumento, si impone sulla scena fino a essere eletto clarinettista dell’anno per tuta la seconda metà degli anni Cinquanta . Comincia poi a girare per il mondo (Asia soprattutto) a contaminare a farsi contaminare da varie influenze. E poi, il giro di boa verso la perdizione irreversibile: la decisione di trasferirsi in Italia. Paese che, come afferma Maresco da subito (evidentemente con cognizione di causa, visto che la cosa è capitata e sta capitando anche a lui), non ha rivali al mondo quanto alla violenta sottovalutazione dei propri talenti. In maniera non così dissimile dall’Errol Douglas del geniale Ritorno di Cagliostro, Tony Scott passerà gli ultimi 40 anni della sua vita nell’ombra, totalmente incompreso nella sua grandezza, sottoimpiegato in televisione, in locali di nicchia, accompagnato da colleghi spesso palesemente non alla sua altezza, nomade, completamente ignorato dai media anche alla sua morte. Eccessivo, indisciplinato, logorroico, incontenibile (come poteva non comparire in un film di Glauber Rocha – nella fattispecie Claro?), indagato da Maresco anche nei suoi lati più ossessivi e sgradevoli, Tony Scott è il jazz, come ammette lui stesso la prima volta che appare nel film, quando ci fa vedere un clarinetto dicendo che quello strumento è se stesso, fisicamente. Tony Scott, soprattutto nei suoi ultimi decenni, è una figura inseparabile dall’incredibile oblio che gli è piovuto addosso – ma proprio per questo, quanto mai appropriato per incarnare la musica che forse più di ogni altra è dentro e contro l’oblio – il jazz, lo spendersi vitale nell’impensato al di là (ma non senza) delle regole. Del resto, alla fine del film, cominciato con dei finti cadaveri che brandiscono, appesi a un muro, i loro strumenti musicali, emerge che la salma di Scott (morto nel 2007) per tristi beghe burocratiche non si sa bene dove starà in futuro. È tutta lì la modernità musicale: un suono che esce non si sa come dalla quiete, non poi tanto quieta, dell’inorganico.
Sempre in quell’incipit coi cadaveri, c’è Franco Scaldati che ci fa sapere (in dialetto) che è da un suono che si forma l’immagine. E Maresco, contro l’oblio dello straordinario musicista, fa sfoggio di un uso magistrale dei materiali di repertorio, i quali non sono lì per illustrare il proprio oggetto (Tony Scott), ma per disgregarsi in un cumulo di macerie, in una pervasiva “polvere di immagini” che lavorano l’oblio, per così dire, da dentro. Quei materiali insomma non sono usati in senso mimetico ma ritmico, musicale, quasi a riprodurre, contrastandolo, il movimento della dissipazione (da brivido la sequenza che Maresco monta sul commosso omaggio musicale dedicato da Scott a Charlie Parker). In questo senso, Io sono Tony Scott è anche un orgoglioso corpo a corpo contro e dentro la televisione (qui evocata direttamente con scene su Bonolis che ospita Scott in trasmissione, e ovviamente su Berlusconi, che appare sul sottofondo di “Faccetta nera” come simbolo della devastante mutazione antropologica che, dice Maresco, ha fatto dell’italia da una quindicina di anni uno dei popoli più ignoranti e disprezzabili del pianeta), a cui si imputa di non essere abbastanza televisiva, di non andare abbastanza lontano nell’assecondare la sua vocazione – che sarebbe la decomposizione (il tempo), come già mostrarono per sempre le immortali schegge di Cinico TV. Solo andando in fondo alla decomposizione si riafferra il ricordo, la forma, la luce.
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