MISSION TO MARS
Titolo originale: id.
Regia: Brian De Palma
Sceneggiatura: Jim Thomas, John Thomas, Graham Yost
Fotografia: Stephen H. Burum
Montaggio: Paul Hirsch
Musica: Ennio Morricone
Scenografia: Ed Verreaux
Costumi: Sanja Milkovic Hays
Supervisori effetti visivi: Hoyt Yeatman, John Knoll
Interpreti: Gary Sinise (Jim McConnell), Don Cheadle (Luke Graham), Connie Nielsen (dr. Terri Fisher), Tim Robbins (comandante Woody Blake), Jerry O'Connell (Phil Ohlmyer), Kim Delaney (Maggie McConnell), Elise Neal (Debra Graham), Peter Outerbridge (Sergei Kirov), Jill Teed (Renée Coté), Kavan Smith (Nicholas Willis)
Produzione: Tom Jacobson
Distribuzione: U.I.P.
Durata: 113'
Origine: Usa, 2000
MISSION TO MARS, LO SPAZIO LIMITE DELL'IMMAGINE
Brian de Palma non smette mai di sperimentare, di personalizzare anche film che apparentemente sono prodotti di puro entertainment. Anche Mission to Mars porta il suo segno, nonostante il regista sia subentrato a Gore Verbinski quando il progetto era già stato avviato dalla Touchstone Pictures. E' un tipo particolare di sperimentazione, una sorta di lavoro nei "luoghi" della narrazione, là dove è possibile forzare la ripresa, dove è possibile manifestare un virtuosismo che altro non è se non una passione per l'estremo dell'immagine, per i suoi bordi. Mission to Mars fa parte di un'ideale "trilogia degli spazi chiusi", a cui appartengono anche i due film precedenti; ciò che li unisce è la presenza ovunque di spazi estremi che impediscono ai corpi e agli sguardi di muoversi (gli edifici o il treno di Mission Impossible, il casinò di Snake Eyes, le astronavi e le basi spaziali di Mission to Mars ; ma è proprio il limite fisico dello spazio a consentire alla mdp del regista di andare oltre, di mostrare i corpi che comunque si muovono, raccogliendo le sfide che vengono loro poste, riconquistando lo spazio che li racchiude, che mostra i loro limiti.
In Mission to Mars tutto si fa più esplicito: dopo il piano sequenza iniziale, l'unico in cui tutti i personaggi sono insieme, la vicenda si svolge nello spazio o sul pianeta Marte, e ogni astronauta deve fare i conti con il mistero di un luogo sconosciuto, che si dispiega davanti a lui e che va affrontato. Lo spazio, la superficie del pianeta, la misteriosa costruzione aliena, l'astronave che porta la spedizione di soccorso: sono tutti luoghi in cui gli astronauti si trovano faccia a faccia con l'incognita, con ciò che non si conosce, con l'imprevisto. Gli ambienti sono personaggi a tutti gli effetti, creano nel film una sorta di dialettica con gli esseri umani, ne mostrano la paura e, allo stesso tempo, li costringono a superarla. Nonostante la tecnologia digitale utilizzata, nonostante l'unico spazio “reale” del film sia quello della scena iniziale sulla terra, il film mostra un mondo “fisico”, in cui la lotta contro il mistero si mostra attraverso i rapporti tra i corpi e gli spazi, che possono essere contemporaneamente ostili, portatori di morte o accoglienti luoghi di scoperta. E' una dialettica in cui i due poli assumono, di volta in volta, posizioni diverse, come se De Palma avesse voluto mostrare ogni possibilità. L'abbraccio della macchina da presa nel piano sequenza iniziale, mostra tutti i protagonisti insieme, come in una danza armonica, mentre sopra di loro la notte stellata allude ad un confronto che li attende, la missione su Marte. Poi, nessuna riunione sarà più possibile; da soli, o in piccoli gruppi, i personaggi innescano una lotta contro l'esterno. Ma la lotta ha un segno positivo in De Palma, una valenza etica: la riconquista dello spazio, la sua risignificazione è già annunciata nella sequenza del ballo all'interno dell'astronave di soccorso, in cui Connie Nielsen e Tim Robbins danzano al ritmo di una vecchia (dopotutto siamo nel 2020) canzone dei Van Halen. La mancanza di gravità li fa letteralmente levitare nello spazio: corpi senza peso che danzano come nessuno potrà mai fare. La danza iniziale del piano sequenza si ricompone qui, momento intermedio della narrazione ma preannuncio di un finale in cui lo spazio come limite dialettico si mostra in tutta la sua radicalità. All'interno della base aliena gli astronauti si trovano prima immersi nel bianco più assoluto, nella luce che annulla lo spazio, per poi trovarsi, all'improvviso, nello spazio dello spettacolo assoluto, la messa in scena della fine del pianeta Marte, immersi in una rappresentazione virtuale, senza limiti fisici tra chi guarda e chi è guardato. Dal nulla dell'immagine, al totalmente pieno dell'immagine di sintesi. Qui la sfida è anche – e De Palma lo sa – la sfida del cinema, quella di poter o non poter mostrare gli spazi estremi, assoluti. Dunque Mission to Mars chiude idealmente una trilogia in cui il cinema si mostra come luogo di un confronto, spazio che amplifica i conflitti, li determina o li condiziona e, in ogni caso, permette di vederli.
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