#Berlinale68 – 7 Days in Entebbe, di José Padilha

Una coreografia da balletto musical. Poi dentro un’altra storia, la vicenda reale di due membri del PFLP (Fronte Nazionale per la liberazione della Palestina) e due estremisti di sinistra tedeschi appartenenti al gruppo Revolutionary Cells che dirottano un volo dell’Air France diretto da Tel Aviv a Parigi il 27 giugno del 1976. E tengono i passeggeri in ostaggio per una settimana. Tra questi ce ne sono molti israeliani. E tra le richieste dei dirottatori, c’è la liberazione di quaranta combattenti e terroristi palestinesi. E quando l’aereo è atterrato a Entebbe, in Uganda, c’è stato anche il sostegno del dittatore Idi Amin.

Una storia vera, con le inevitabili immagini di archivio sui titoli di coda. Un episodio per una riflessione generale sul conflitto Israele-Palestina. Quasi un action con lo sguardo dell’autore consumato dal regista brasiliano che, proprio qui alla Berlinale, ha vinto l’Orso d’oro alla Berlinale con Tropa de elite. Dentro c’è la struttura del diario. In un film incapace di costruire la minima tensione, che si sofferma sporadicamente solo su alcuni personaggi. Che anestetizza le potenzialità delle prove di Rosamund Pike e Daniel Brühl.  attori ormai adatti per ricostruzioni storiche che Padilha utilizza come se avesse rivisto insieme L’amore bugiardo e Rush, ma non gli desse spessore né li reinventasse.

7 Days in Entebbe Daniel Brühl Rosamund Pike7 Days in Entebbe privilegia i fatti alla dinamica dell’azione come nella scena del comunicato letto sull’aereo prima dell’atterraggio. Il metodo è quello di Tropa de elite: ricostruire senza tradire. Con i dirottatori filmati come il Bope, la squadra speciale della polizia brasiliana. E se avesse potuto lo avrebbe girato come un remake. Come ha fatto con Robocop. Magari di Argo, lo strepitoso film di Ben Affleck di cui Padilha avrebbe dovuto studiare ogni inquadratura. Del resto, considerando la sua filmografia, riuscirebbe a far diventare Il braccio violento della legge come un filmetto normale. I conflitti, politici e personali, restano quasi tutti nella sua testa. Basta vedere come spreca lo scatto di Rosamund Pike che si va  tagliare i capelli allo specchio. Gli interessa quel balletto/spettacolo con le sedie. Per giochini di controcampo. Per una simbologia di un cinema sempre più oscuro e incomprensibile. Che accumula invece di sottrarre. Cosa che 7 Days in Entebbe aveva un enorme bisogno.