#Cannes2017 – The Rider, di Chloé Zhao

C’è qualcosa che scalpita nel passato del giovane Brady Jandreau. Un cavallo selvaggio, imbizzarrito, che ricompare nei suoi sogni e poi fugge via lasciandolo solo con le sue cicatrici e i suoi ricordi. Brady è una ex star dei Rodei che dopo una grave caduta da cavallo subisce un forte trauma cranico, quindi costretto a stare lontano dall’azione, lontano dai pericoli, lontano da se stesso. Deve ricominciare a vivere, prima di tornare a sognare.

È una bella sopresa The Rider. Un film che partendo dalla storia autobiografica di questo ragazzo (che intepreta se stesso nel film) riesce a disegnare una sincera parabala universale di accettazione dei propri limiti e di dolorosa redenzione. Ma è anche un western The Rider? Certamente ne assume tutte le coordinate immaginarie: innanzitutto quelle iconografiche (l’abbiglimento, gli accessori da cowboy, i cavalli), poi temporali (una dilatazione “epica” delle cavalcate che fa respirare il film oltre la sua stessa trauma) e infine spaziali (questo South Dakota dei giorni nostri sempre molto simile a del vecchio West). Insomma la talentuosa regista cinese Chloé Zhao – che ormai da anni lavora in America –  riesce nell’impresa di far viaggiare su due binari separati (ma destinati fatalmente a incontrarsi) il percorso autobiografico di Brady e quello del genere Western: quando il ragazzo guarda i filmati della sua caduta su YouTube il suo smartphone ci regala le immagini mitiche dei tempi d’oro, una Low Definition che invade lo schermo dialogando con i primi piani e con la macchina a mano così tipica del cinema indie americano.

Ecco allora che per tornare a sperare Brady deve sfidare il dolore e la sua vistosa cicatrice (soprattutto interiorie) riavvicinandosi ai cavalli, riiniziando ad addestrarli in quel lunghissimo (e bellissimo) corteggiamento che porta un animale a fidarsi dell’uomo. La successiva cavalcata nella prateria assume pertanto i connotati di un vibrante ritorno al genere: i primi e primissimi piani (del dolore) di Brady diventano ora campi lunghi e lunghissimi accompagnati da musica strumentale, con il “cinema classico” che irrompe creando quest’ibrido fascinoso e decisamente riuscito. Perchè The Rider rimane un film fatto di piccole cose, quelle necessarie: il dolore represso di Brady si scioglie solo con la sorellina (che ha qualche problema relazionale) e con un suo vecchio collega di rodei ormai paralizzato. Insomma Brady si riavvicina pian piano agli affetti e il film lo pedina con rispetto, spesso in silenzio, arrivando letteralmente a curare le sue ferite con l’apertura al western che segna anche un contatto emotivo con l’immaginario di tutti noi spettatori. Un abbraccio che avvertiamo.