Il sospetto, di Alfred Hitchcock

«[…] la parola amore è una parola piena di sospetto!».
(Alfred Hitchcock a François Truffaut, Il cinema secondo Hitchcock, Il Saggiatore)

 

Il motivo e il modus operandi più prossimi all’essenza della cinematografia hitchcockiana sembrerebbero insiti entrambi nell’arte del costituire sullo schermo circuiti a carattere interrelazionale. Tale perimetro preferenziale seguito in ciascuna sua opera dal riconosciuto maestro della suspense, terrebbe in scacco tanto i suoi personaggi, esemplarmente diretti sul palcoscenico delle proprie vite dal regista-manovratore, quanto – fors’anche primariamente – lo spettatore medesimo, partecipe a tutti gli effetti del gioco filmico nel suo essere sempre conteso tra un eccesso di consapevolezza sul destino del personaggio (la magia, per l’appunto, della suspense) e atmosfere costruite come ingegnosi inganni cerebrali ad alta tensione.

Ne Il sospetto (1941), tratto dal romanzo Before the Fact di Francis Iles (1932) e appartenente al gruppo di primi capolavori realizzati durante il “periodo americano” del cineasta, il grande dilemma che si pone allo spettatore in allerta corrisponde al profondo dubbio umano circa la fiducia, i rapporti e l’amore stesso.
Nel contesto di una narrazione spesso equivoca e ambivalente, l’interrogazione sulla fede e le speranze da investire nell’altro e, nella fattispecie, il dramma intimo del sentirsi intrappolati in un intricato complotto sentimentale, trovano sfogo in un’immagine alterata, insicura e, infine, sorprendentemente ingiusta perché figlia del dubbio che divora la ragione e la mente della protagonista. Eppure, un tale effetto di concreta incertezza e sospetto imperante – sentimenti pressoché prioritari nel corso della visione, seppure stemperati da un’iniziale vena ironica decisamente british, più prossima alla commedia sofisticata – , non sarebbe stato palpabile se non accedendo alla visione propria della protagonista, la quale permea la pellicola come fosse un’esperienza in totale soggettiva, consentendo un’immedesimazione integrale nella sua condizione e facendo dei suoi sospetti anche quelli dello spettatore.

Lina McLaidlaw (Joan Fontaine) e Johnnie Aysgarth (Cary Grant) si incontrano per la prima volta sul vagone di un treno; ritrovatisi tempo dopo in circostanze fortuite e tra amici comuni, i due giovani approfondiscono la conoscenza e, nonostante una certa differenza d’indole e le incertezze del padre di Lina, il quale reputa Johnnie un “poco di buono”, decidono di convolare a nozze e trasferirsi in un sontuoso appartamento acquistato da Johnnie. Ma la felicità iniziale della coppia si guasta presto: Lina scopre, una dopo l’altra, le menzogne raccontate senza ritegno da Johnnie, giocatore incallito e molto poco propenso alla serietà del lavoro e alle responsabilità familiari. Il rapporto viene ulteriormente compromesso da numerose altre rivelazioni sul conto del marito finché Lina, abbandonatasi oramai irrimediabilmente ai sospetti e a un destino infelice, si autoconvince di essere sul punto di venire assassinata per mano di Johnnie.

Nato quasi come una sollevazione nei confronti dei genitori, l’amore della candida Lina per il playboy da copertina Johnnie si trasforma, a oltre metà film, in una trappola, replicando l’esperienza dell’ingenua (seconda) moglie in Rebecca: ma stavolta il fantasma dell’amore non sarà una precedente coniuge defunta e mai dimenticata, bensì il corpo stesso del sospetto che grava sull’identità dell’altro e che fa dell’unione matrimoniale Fontaine/Grant una fucina di timori e ansietà in perfetto stile poliziesco.
Il volto di Cary Grant, sfacciatamente ironico e dal fascino irresistibile, si trasforma allora in quello del killer ideale: un’ombra lunga lo precede mentre sale le scale di casa portando alla moglie un bianchissimo bicchiere di latte, illuminato – com’è noto – da una luce posta all’interno dal regista. La tensione sale, il groviglio di luci e ombre intorno al personaggio si fa sempre più complesso, il bicchiere diventa agghiacciante come fosse la peggiore arma del delitto.
La costruzione cerebrale della storia raggiunge ora il suo acme – nella massima soggettiva possibile, quella della corsa in auto –, conducendo alla perdita delle coordinate reali e svelando infine il cinema per ciò che è: pura finzione, puro gioco di relazioni e inganni con il quale dilettarsi, tempo di attese e di equivoci.

Titolo originale: Suspicion
Regia: Alfred Hitchcock
Interpreti: Cary Grant, Joan Fontaine, Cedric Hardwicke, Nigel Bruce, May Whitty, Auriol Lee
Durata: 99′
Origine: USA, 1941
Genere: thriller

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