La casa sul mare, di Robert Guédiguian

L’utopia, il rifugio, la famiglia, il passato, la morte, gli errori, il perdono… sono solo alcune delle suggestioni emozionali che emana questo ultimo lungometraggio di Robert Guédiguian, in Concorso all’ultima Mostra di Venezia. Tante anime, almeno tre generazioni, quasi a voler ribadire un’attenzione alle diverse percezioni del “tempo che passa”.

La casa sul mare inizia e finisce con un vecchio che, colto da un ictus, rimane né vivo né morto (ma forse risorgerà…?), nella sua villa con magnifico terrazzo sul mare a Méjean, piccola località balneare vicino Marsiglia. Ad occuparsi del padre c’è il figlio Armand (Gérard Meylan), che gestisce un ristorante in paese, e arrivano subito anche il fratello Joseph (Jean-Pierre Darroussin), un politico di sinistra ormai fatto fuori dalle nuove leve e di fatto in pensione, e la sorella Angèle (Ariane Ascaride) attrice di teatro famosa in tutto il mondo.

Già dopo pochi minuti del film, con la presenza contemporanea di Meylan, Darroussine e Ascaride, ci si accorge di essere di nuovo dentro il “mondo familiare” di  Guédiguian, una sorta di factory, coltivata negli anni e nel tempo, con un percorso con gli stessi attori che passa attraverso diversi film, dagli anni ‘80 ad oggi. Insomma…sempre la stessa storia, ma ogni volta così diversa…

I tragitti individuali, i travagli interiori, le battaglie perse, le geografie dello sguardo (Marsiglia!), l’impegno politico, sono quelle che Guédiguian persegue e racconta da quando ha iniziato a fare cinema, anche se oggi sembra essere giunto a una sorta di particolare saggezza narrativa che, pur non impedendogli le consuete battute sugli operai e i padroni e le lotte di un tempo, riesce a lavorare di “sottrazione politica militante”, riuscendo a cogliere maggiormente lo spirito di una famiglia che ha vissuto il dramma di una perdita, che ha lacerato rapporti ed affetti, quella della piccola figlia di Angéle, morta in un incidente proprio mentre era in vacanza dai nonni paterni, per un attimo distratti (incredibilmente proprio da discussioni di natura politica…).

Ecco, è già da questo macigno familiare che Guédiguian prova a tracciare nuove traiettorie di (possibile) salvezza. Proprio l’impegno militante, sembra raccontare, ha limitato la nostra attenzione al particolare, agli affetti, a quei momenti irrecuperabili della vita. Ed ecco che i suoi tre fratelli sono ormai ad un punto della loro vita in cui “hanno una consapevolezza acuta del passare del tempo, del mondo che cambia…I percorsi di vita che avevano iniziato sono andati un po’ alla volta a chiudersi. Devono pertanto costantemente essere mantenuti…oppure ne devono essere aperti di nuovi. Sanno che il loro mondo scomparirà con loro, come sanno che continuerà senza di loro, ma sarà meglio o sarà peggio? Grazie a loro, a causa loro? Che cosa rimarrà di loro quando se ne andranno?”. La quasi morte del padre li costringe a ritrovarsi come famiglia, a fare i conti con il passato, con un vissuto fatto di tragedie ma anche di affetti e di momenti belli da ricordare. E qui Guédiguian, nel narrarci in un flashback un momento della giovinezza dei protagonisti, non fa altro che pescare nel suo “album dei ricordi” e pesca fuori da un suo film del 1985, Ki lo sa?, una magnifica scena in auto, sotto la musica di Bob Dylan, con i tre attori, giovanissimi, che ridono e scherzano nella spregiudicata e magnifica inconsapevolezza dei vent’anni…  E’ forse il momento più alto, emozionalmente, di Venezia74, perché i corpi e i volti giovanili che vediamo sono davvero degli stessi attori, ma è anche uno dei momenti teoricamente più shoccanti: il cinema produce azioni e corpi che possiamo riciclare in altre storie, conferendo anche in contesti diversi un effetto emozione straordinario. Non serve necessariamente narrare una storia con gli stessi attori per decenni, alla Linklater, per intenderci. Possiamo raccontare più storie diverse, con gli stessi amici ed amori di sempre, rimixandoli in un vertiginoso turbinio del senso, perché lo spettatore in 30 anni sarà cambiato, e se è lo stesso forse non ricorderà, oppure ricorderà e verrà toccato al cuore per quell’attimo di tuffo nel passato…

Ma se il passato, tra il dolore e il ricordo, sembra essere il leit-motiv del film di Guédiguian, l’attenzione al futuro appare altrettanto dolorosa, lacerante e necessaria. Prima con le relazioni contrastanti che Joseph e poi la stessa Angèle avranno con dei compagni tanto più giovani di loro, poi con i due anziani amici del padre che, in curiosa sintonia con i protagonisti di Ella & John di Virzì, sceglieranno loro “come e quando morire”, ma soprattutto che questa fine accada insieme, come a cogliere il senso di un tempo che ormai è scaduto, come una fuga impossibile, l’ultima definitiva volontà di scacciare l’incubo della separazione dalla persona amata, con la morte. Ma in questo mondo dove agli anziani non sembra più concesso nulla se non la fuga, ecco che per la generazione di mezzo, che ha vissuto ma è ancora sulla breccia, il futuro può arrivare dagli occhi di tre bambini rifugiati, arrivati dal mare e sopravvissuti chissà come, che i fratelli accoglieranno con un “amore nuovo”, come una vera famiglia. Certo è questo il momento in cui Guédiguian può tornare alle sue passioni, alle sue battaglie politiche, può affermare a gran voce che “anche se è esagerato, direi che oggi non potrei fare un film senza parlare dei rifugiati”.  I rifugiati di oggi, i migranti, rappresentano quello che un tempo era la classe operaia, hanno scritto… Guédiguian non può non vedere il futuro se non in questa apertura ai nuovi mondi. E il vecchio padre, per un attimo, sembra uscire dal suo status, si volta appena, quasi impercettibilmente: forse c’è ancora qualcuno di cui occuparci, non possiamo chiudere gli occhi…

 

Titolo originale: La villa

Regia: Robert Guédiguian

Interpreti: Ariane Ascaride, Jean-Pierre Darroussin, Gérard Meylan, Anaïs Demoustier, Robert Stévenin

Distribuzione: Parthénos

Durata: 107′

Origine: Francia 2017