LAKE COMO FILM FESTIVAL – SentieriSelvaggi intervista Grassadonia e Piazza

Abbiamo raggiunto telefonicamente Antonio Piazza e Fabio Grassadonia mentre sono intenti a prepararsi per la proiezione di Sicilian Ghost Story e l’incontro con il pubblico di questa sera alle 21 all’ex Monastero di Sant’Abbondio, in apertura della quinta edizione del Lake Como Film Festival. “Siamo contenti di poter inaugurare proprio un festival incentrato sull’uso del paesaggio nel cinema, per noi un aspetto centrale del nostro lavoro”, spiegano i due autori. “Non a caso La morte corre sul fiume di Laughton è stato il riferimento principale che abbiamo avuto per Sicilian Ghost Story. Dopo Como, saremo infatti anche a Taormina che ci ha invitato a questa tre giorni che il Festival organizza quest’anno, e ci hanno chiesto di presentare un film per noi significativo non solo in relazione all’ultima nostra opera, ma che fosse proprio uno dei titoli della nostra vita. E abbiamo scelto appunto La morte corre sul fiume, edizione restaurata…”

Riguardo a quest’importanza che in Sicilian Ghost Story, come in Laughton, rivestono i segni, le premonizioni, i simboli di una spiritualità che non si fa mai religiosa, un misticismo che supera la sfera della fede per farsi percezione di una dimensione più universale…che senso ha questo evidente rifiuto di un’iconografia “sacra” nelle vostre immagini?

E’ un tema per noi molto importante, questa è la prima volta che viene notato da qualcuno. Le nostre scelte sono intenzionali e vengono da una riflessione, questo è vero non solo per Sicilian Ghost Story ma anche per Salvo e per il cortometraggio Rita, un lavoro che contiene presagi di entrambi i nostri lunghi. La dimensione del rapporto con tutto ciò che trascende la vita quotidiana è un tema con cui ci confrontiamo, i nostri film si chiudono tutti con una scena al mare. Questo contatto con il mare per noi è anche il contatto con la dimensione della trascendenza e dell’assoluto. L’acqua è per noi la chiave d’accesso e di contatto con il mondo dei morti, il lago è un tramite tra il mondo dei vivi e quello dei morti. Questa apparizione dell’extraumano nell’umano si realizza nei nostri film attraverso l’incontro tra due esseri umani, un evento che ha per noi una dimensione sacra e salvifica. Volutamente non mettiamo in scena simboli religiosi diretti perché ci sembrerebbero togliere potenza a questi aspetti, anziché aggiungerla.

E’ come se la memoria appartenesse alla natura e ai luoghi, prima che agli uomini. Come se il film assumesse il punto di vista delle creature, dei fantasmi, del cane lupo…

La dimensione “creaturale” della vita è la componente intorno alla quale gira la riflessione sui protagonisti delle nostre storie, storie che realizzano degli incontri inaspettati in circostanze inaspettate, incontri che producono la più inaspettata delle possibilità, la più impossibile delle possibilità. Questo è il cuore profondo della nostra riflessione: solo nell’incontro tra due esseri umani si schiude la possibilità di qualcosa che sorpassi il dato della mera vita fisica, quel dato legato alla storia di due esseri umani che si incontrano e da questo incontro scaturisce la loro relazione. In questo senso Sicilian Ghost Story è ancora più esplicito, già Rita e Salvo attraverso il loro incontro guadagnavano una dimensione fantasmatica rispetto all’esistenza e al mondo che li circonda, un mondo che non sa nulla di loro e di quello che sta accadendo a loro. Ma Sicilian Ghost Story ha una costruzione per cui tutto sembra scaturire dal bisogno interiore di questa ragazzina, dai suoi desideri e dai suoi sogni. In questa dimensione interiore lei trova un modo per ricongiungersi a Giuseppe, anche il ragazzo cerca una connessione nella stessa maniera interiore, e in questo comune ritrovarsi si svolge qualcosa che sopravanza i loro stessi sogni e bisogni. C’è qualcosa che esorbita, va oltre, catturabile solo in qualche modo grazie ad alcune presenze che si fanno testimoni di quanto stia accadendo loro. La natura, i luoghi come le foreste, il lago e il tempio finale, sono segni di una bellezza che si fa testimone di qualcos’altro che resiste. La relazione tra questi due ragazzini da forma a un incontro di anime, determina la formazione di un’essenza umana profonda, la storia di due anime che esorbitano il dato di realtà della loro vita di singoli esseri umani.

In questa maniera voi travalicate anche il fatto di cronaca, il linguaggio dellelocandina immagini supera il dato del fatto realmente accaduto e ambisce ancora una volta all’universalità di una indicazione chiaramente politica di sguardo e di posizione. Eppure certa critica, soprattutto italiana, ha faticato ad accettare un approccio simile…

Sì, la nostra è una scelta radicalmente politica, costruire questo tipo di racconto era per noi un intento fondamentale. Ci aspettavamo che in Italia questa visione potesse creare qualche malumore, delle forme di incomprensione, della critica negativa. E infatti questo è accaduto. A noi interessava una chiave di lettura politica, ma sapevamo che per il punto di vista italiano è ancora impensabile poter prendere un episodio come questo e raccontarlo nella maniera in cui abbiamo deciso di metterlo in scena. Ma al di là del fatto che alla fine l’esperimento sia riuscito o meno, il tentativo per noi era un obbligo morale. Perché, se l’esperienza cinematografica ha ancora un senso, bisogna che torni a colpire le nostre coscienze. Certe modalità di rappresentazione, legate soprattutto al racconto di mafia, non producono più nessuna autentica forma di coinvolgimento emotivo, nessun perturbamento delle coscienze. La scelta che abbiamo fatto parte da un dato di fatto, una storia che annichilisce l’umanità e qualsiasi possibilità d’amore, la vicenda di un bambino a cui stato negato amore: allora, ancora con maggiore forza, faremo un film che fondamentalmente è una storia d’amore, un film che deve entrare in una connessione molto profonda con lo spettatore. La nostra scommessa era che un pubblico più giovane potesse fare questo tipo di esperienza emotiva confrontandosi col film, e alla fine ci sembra che la stiamo vincendo, perché nei giri che stiamo facendo tra festival e proiezioni per le scuole, il film ha un impatto devastante con i ragazzi, le giovani generazioni che hanno un’altra forma di relazione con le immagini e di quella storia nulla sapevano. Devi essere disposto a entrare nel viaggio, e un certo tipo di critica, soprattutto anglosassone, ha questa predisposizione e non fa fatica a riconoscere la scommessa che abbiamo tentato. Anche un certo tipo di critica italiana vive lo stesso impatto, ma lo si nega o lo si declina unicamente sotto le forme del rancore, del rifiuto, ci si contesta la libertà etica ed estetica di poter raccontare questo tipo di storia in questa maniera, si contesta alla base la nostra moralità personale, come se dovessimo giustificare il film e come ci siamo permessi a fare una cosa del genere, una reazione per noi molto triste.

Reazioni che ricordo perfettamente già dal passaggio cannense

Cannes ti pone in un contesto internazionale, già adesso a un mese dal festival circa 16 paesi hanno comprato Sicilian Ghost Story per distribuirlo all’estero, una cifra destinata a crescere, che verosimilmente supererà le vendite internazionali di Salvo che erano state già molto buone. La critica americana adotta più liberamente questo tipo di codici, li adopera anche nel racconto di storie a loro accadute. Quella che ci sembra si sia smarrita è la consapevolezza che il cosiddetto realismo è solo una delle convenzioni possibili del racconto, la realtà è la realtà, il racconto realistico è un canone come tutti gli altri, è semplicemente la convenzione a cui siamo più abituati. Ci fa specie che lo stesso scandalo, la stessa violenza e la stessa indignazione che è stata mostrata verso il nostro film non vengano indirizzati sulle molte fiction di mafia che raccontano in modo convenzionale la mafia come intrattenimento, quelle sì delle forme di sfruttamento parassitarie, agiografie come quelle sui santi. Non ci sono gli anticorpi che permettono che vengano suscitate reazioni contro quel tipo di modalità di racconto, a cui ci siamo abituati.

In questo, la scelta di mostrare coraggiosamente le spoglie di Giuseppe sciolte nell’acido mentre si disperdono nell’acqua mi pare un’immagine centrale del film…

Esatto, quello viene spesso indicato proprio come l’emblema del nostro discutibile approccio estetico alla materia, “Grassadonia e Piazza si trastullano per tre minuti su ciò che rimane di questo povero ragazzino sciolto nell’acido”. Ma quell’immagine lì ha una potenza che arriva dopo un certo tipo di percorso fatto dal film, con molta durezza mettiamo lo spettatore di fronte a cosa realmente significa immergere un corpo in un acido, lasciarcelo dentro per ore e poi vedere cosa succede. Al di là della superficialità con cui se ne può parlare, vediamo davvero qual è l’impatto di questa azione: apparentemente e inizialmente costringiamo lo sguardo a qualcosa che è insostenibile, è ancora una volta una scelta politica, ti obblighiamo a vedere. D’altra parte tutto il film è costruito secondo una concezione potentemente sensoriale in cui noi ti lasciamo entrare, ed è così che diventa un momento veramente intollerabile, una parte di pubblico ogni volta lì sta male, ma poco per volta poi lo spettatore si interroga sul perché noi continuiamo a stare là sotto, in acqua. Cosa sta accadendo? Devi continuare a interrogare l’immagine che ti mostriamo, perché qualcosa non finisce li, c’è qualcos’altro che permane nonostante tutto, e che ritorna alla vita con la capacità di saldare e rigenerare la vita lì dove non è più pensabile nessuna forma di esistenza. In quel momento lì c’è una scelta politica dura, intransigente, rabbiosa, ma è una sequenza che ti costringe a un’esperienza, attraverso una costruzione visiva e sonora in grado di condurti a una nuova e inaspettata metamorfosi, la più importante delle metamorfosi possibili di questa storia. Queste mutazioni sono le cose che più ci stanno a cuore, intorno a questo tipo di situazioni si arrischia la scommessa con coraggio, ma devi essere disposto a continuare a interrogare il senso di quello che ti viene mostrato e a percepire quello che il film vuole farti sentire, altrimenti il rigetto è totale.