Non è un paese per giovani, di Giovanni Veronesi

C’è una sequenza in cui il personaggio di Sara Serraiocco, distesa al cimitero sulla lapide di marmo del fidanzato cubano a cui si è consacrata anche se oramai il ragazzo non è più di questa terra, fa avvicinare Scicchitano sull’ “unico posto in cui riesce ancora a provare amore” e gli confessa che, per colpa del nostro (puntualmente e strepitosamente spaesato) Filippo, lei è ora costretta a fare “un travaso del cuore”. Potete immaginare il seguito della sequenza, acuti negramareschi compresi.
Ecco, mi perdonerete lo spoiler (non è una rivista per giovani) ma si tratta di una scena che chiede di prendere posizione, perché dietro alla smaccata ricerca dell’“acchiappo” preadolescenziale, da struggimento sul diario a caratteri cubitali, si nasconde la capacità di Veronesi di saper strutturare il veicolo perfetto per il suo target di riferimento, e un nuovo tassello di una tradizione in grado di figliare un intero filone industriale del nostro cinema, che vede nel regista di Che ne sarà di noi e dei Manuali d’amore un orgoglioso padre putativo.
Ha dunque davvero senso prendere le distanze da una concezione simile del mezzo, che dimostra ancora una volta di conoscere quantomeno la lista dei elementi necessari (nonostante spesse volte non riesca più ad azzeccarne la sintesi), soprattutto in un periodo, come quello di queste settimane, in cui le sale d’Italia sono ingolfate di titoli nazionali spesso traballanti e di chiara filiazione “ministeriale”?

Forse il nuovo triangolo di Veronesi (ovviamente non meno “istituzionale” in fatto di finanziamenti e sovvenzioni) di italiani all’estero e voci narranti che non stanno mai zitte, mdp volanti per abbracciare i buoni sentimenti e il paesaggio esotico e ricongiungere tutto con i genitori lontani, burberi ma dal cuore d’oro, può quantomeno dimostrarci quanto un’attenzione prima di tutto produttiva, di puro assemblaggio dell’operazione, possa permettere allo sguardo del film di sembrare meno malfermo di quanto potrebbe apparire in partenza l’idea di Giovanni Anzaldo campione dei sanguinosi combattimenti di strada de L’Avana. O forse no.
Anche perché poi non fai altro che aspettare l’entrata in scena di quei personaggi che sparigliano la confezione perfettamente da hashtag dell’insieme (#12delanocheenLaHabanaCuba), caratteristi in grado di ricordarti come, alla fine, certi fenomeni puoi essere bravo quanto vuoi a tirarli su con tutta la cognizione contemporanea del caso, i video in diretta via smartphone verticale e l’ispirazione dalla trasmissione radio di Veronesi, ma poi è lo sbrocco in barese stretto di Rubini, o l’ennesima freddura nonsense di Frassica, a rimanerti nella memoria più del singolo sui titoli di coda o delle dichiarazioni-status messe in bocca ai personaggi maledetti.
O magari invece è tutta una sorta di autodifesa del nostro immaginario contro l’evidenza perentoria che in realtà le cose che ci diciamo con le persone che amiamo nei nostri video live, nelle nostre note vocali, nelle nostre videochiamate notturne, somigliano invece precisamente, e a sorpresa, proprio a dialoghi tratti dai film di Giovanni Veronesi.

 

Regia: Giovanni Veronesi
Interpreti: Filippo Scicchitano, Giovanni Anzaldo, Sara Serraiocco, Sergio Rubini, Nino Frassica
Distribuzione: 01
Durata: 105′
Origine: Italia, 2017

Un commento

  • Film deludente, non tratta per niente i problemi dell’Italia per noi giovani, non parla di politica neanche minimamente. non andate a vederlo perché vi farà addormentare.