"Piccole bugie tra amici", di Guillaume Canet

piccole bugie tra amiciI just need some place where I can lay my head” cantava Robbie Roberson nella mitica The Weight. Canzone simbolo di un’epoca ed unico punto di contatto palese (perso nella miriade di riferimenti nascosti) che accomuna in un evidente rapporto di filiazione questo Les petits mouchoirs a quello che è diventato negli anni una sorta di manifesto generazionale americano: Il Grande Freddo di Lawrence Kasdan. L’intento tutto cinefilo di Guillaume Canet è quello di rifarsi a tematiche ed umori tipici di una precisa stagione cinematografica – la New Hollywood anni ‘70/’80: citato anche il capolavoro Lo spaventapasseri di Jerry Schatzberg – innestandoli nella realtà francese/europea odierna. Quindi riflettendo apertamente su se stesso, sul suo e sul nostro presente in crisi: sfogliando tutti quei “piccoli fazzoletti” che ci isolano dalle vere emozioni, sulla scia di un autore come André Téchiné.

L’intertestualità diventa quindi una chiave irrinunciabile per avvicinarsi a questo film, in una operazione così nouvellevaghianamente concepita: la vicenda del gruppo di amici parigini in crisi esistenziale che si rifugia nell’ennesima vacanza al mare per sfuggire/rimuovere l’ultimo dolore – un gravissimo incidente occorso a uno di loro: ne Il Grande Freddo la piccola parte non accreditata toccò al giovane Kevin Costner, qui al futuro The Artist Jean Dujardin…evidentemente un ruolo che porta fortuna – viene messa in scena in un coinvolgente tourbillon de l’amour cinematografico che alterna generi (dal melodramma al grottesco, dalla slapstick comedy al road movie) e registri recitativi (dall’esibito e straziante senso di colpa della sempre intensa Marion Cotillard, all’esilarante citazione di Shining dello scatenato François Cluzet).

Quindi se da un lato non si può non applaudire un cinema, quello francese, che riesce costantemente ad essere fertile e “leggerissimo” laboratorio di felici contaminazioni, dall’altro vanno anche riconosciuti i limiti di una simile operazione. Canet conosce bene la storia del cinema e mira a coinvolgere a tutti i livelli lo spettatore, sballottolandolo per ben 154 minuti tra gli intricati destini sentimentali dei suoi tanti protagonisti. E per buona parte del film ci riesce egregiamente. Alla lunga, però, i nessi di causa/effetto che il regista/sceneggiatore impone dall’alto risultano un po’ troppo meccanici e inaridiscono fatalmente l’impatto emotivo. Perché se “lo statuto del cinema americano è quello della nostalgia” come sosteneva anni fa Franco La Polla – quindi un sentimento già inscritto nel visibile: si vedano i volti di Al Pacino e Gene Hackman nelle inquadrature de Lo Spaventapasseri che Canet inserisce strategicamente – qui invece, nei minuti finali, si avverte una frenetica ansia da prestazione emotiva che arriva ad urlare ciò che sarebbe stato opportuno solo sussurrare. Un peccato, questo, tutto sommato comprensibile: il problema è che il giovane attore Guillaume Canet forse non si è ancora accorto di essere anche un bravo regista…

 

Regia: Guillaume Canet

Titolo originale: Les Petits Mouchoirs

Interpreti: Marion Cotillard, Francois Cluzet, Jean Dujardin, Beinoit Magimel, Gilles Lellouche

Origine: Francia, 2010

Distribuzione: Lucky Red

Durata: 154'