#RomaFF10 – Carol, di Todd Haynes

La tormentata storia d’amore tra la matura e sofisticata Carol e la giovane e inesperta Therese, nella New York degli anni ’50. Basterebbero queste poche righe, il nome del regista e quello delle interpreti, perché sia tutto già chiaro. Il film si compone, si materializza davanti ai nostri occhi prima ancora di esser proiettato, visto, ripensato. Il che la dice lunga sulla consapevolezza stilistica e la coerenza di un autore, Todd Haynes, che lavora intorno agli stilemi e ai codici formali di un cinema che chiamiamo “classico” per convenzione, ma che, ovviamente, dietro la sua chiara riconoscibilità, conserva intatti i germi di una vitalità profonda e irresistibile. E sulla statura di due interpreti, Cate Blanchett e Rooney Mara, ormai in grado di far coincidere la tecnica e la “verità”, di cancellare la perfetta convenzione attoriale con la devastante carica emotiva della loro presenza.

cate blanchett in carol Carol è il film perfetto. Perché ci dà l’illusione di essere lì da sempre. Quasi al riparo, sotto le volute del plot, le dinamiche delle sue passioni trattenute a stento, dietro il décor curato e i trucchi impeccabili, nell’architettura controllata di un set già perfetto per la posa, già posato. Ci lusinga con le sue linee familiari, in cui tutti i riferimenti e tutti i ricordi sono come dissolti. Ma, al tempo stesso, ci confonde con le sue luci che si mescolano in tonalità inaspettate, con i suoi infiniti riflessi che stabiliscono sempre nuovi rapporti tra le immagini e il mondo. E ci invita a seguirlo lungo strade inconsuete, sorprendenti, come quelle affascinanti del road movie che, a un certo punto, si delinea tra i contorni.

rooney mara in carolCarol è un film perfetto perché coniuga l’eleganza corretta del linguaggio con l’emozione più autentica – quel magico gioco di sguardi finale, in quel tempo sospeso di un normalissimo campo controcampo. Perché accorda la precisione narrativa, la scansione dei suoi effetti drammatici alla verità dei personaggi e delle interpretazioni. Perché, attraverso la stilizzazione delle forme, lascia emergere, comunque, tutta la sostanza di un mondo e di un tempo basati sulle apparenze. Perché, dietro la sua maschera da mélo lesbo, racconta di differenze di classe, di aspirazioni e disperazioni. Carol è un film perfetto. Quindi non si tratta di stabilire se sia riuscito o meno, se sia bello e quanto lo sia. Il problema, semmai, è capire quanto questo ossessivo lavoro sulle forme del classico abbia un’effettiva urgenza. Haynes si appropria di Patricia Highsmith e la porta altrove, lungo quel percorso nascosto che va da Sirk a Wong Kar-wai. Lontano dal paradiso, certo, ma molto vicino al cielo. Lì dove tutto è dominato, chiaro, concepito. Dove le strutture e le essenze appaiono nella loro purezza, senza imperfezioni, senza corruzioni, senza turbamenti, nonostante l’apparente e scabrosa materia lavica che scorre nel profondo e affiora in superficie. Il suo sguardo procede per piccole oscillazioni, variazioni dal modello. E come accade per tutti coloro che lavorano sui prototipi e le loro repliche (Fincher), nessuna oscillazione, nessuna variazione è in grado di mandare in crisi la tenuta complessiva del prodotto o di metterne in discussione la funzionalità. C’è sempre un qualcosa, una valvola di sfogo, un sistema di sicurezza, un piano di raffreddamento che impedisce l’ebollizione e l’esplosione del meccanismo. Così nella sua affascinante superficie vintage, Carol ci appare quasi uno splendido oggetto di design. Capace di coniugare marchio autoriale, estetica, consapevolezza progettuale, funzione, ma pur sempre costruito su un bisogno indotto. È solo un’ombra, un tarlo che nulla toglie. Ci inchiniamo davanti all’oggetto, ma un passo indietro.