Sentieri Selvaggi Playlist #11 – Face to face

Sono stanca di indossare maschere, dice in un sussurro sensuale ed enigmatico l’inarrivabile Selina Kyle di Michelle Pfeiffer. Siamo all’ignobile festa dell’odioso Mr. Shreck – gli aggettivi sono sottolineati da Alfred, ovviamente sempre nel suo perfetto aplomb – chiassosa celebrazione in maschera della perversa mascherata dietro la quale Gotham City, per fortuna ancora molto lontana dalla cerebralità delle dislocazioni nolaniane, nasconde il suo volto, se pur ne ha davvero uno. Il luccichio carnevalesco è l’unica macchia di luce in un universo dove, non importa se in superficie o sottoterra, tra le baracconate inscenate nelle fogne del Pinguino e dentro gli anfratti umidi della Batcaverna, regni opposti eppure speculari, tutto è immerso nella densa oscurità delle visioni burtoniane, con le immancabili ombre proiettate dal gotico vittoriano qui intrecciate alla maestosità macabra dei rituali orrorifici dell’espressionismo. Ma le tinte luminose della festa sono solo un abbaglio laterale nell’anima profondamente dark di un ballo sensuale e ambivalente, magnifica sequenza centrale di Batman Returns che stringe insieme, faccia a faccia, Selina e Bruce Wayne, volti che, mentre tentano di strapparsi di dosso la maschera, scoprono di esser destinati ad indossare il riflesso della virtualità infinita dei loro doppi, danzando intorno, in una sorta di summa di tutto il film, all’impossibilità dello svelamento.

Another life
Another time
We’re Siamese twins writhing intertwined
Face to face
No telling lies
The masks they slide to reveal a new disguise

Bruce e Selina incrociano i loro sguardi sui misteriosi soffi evanescenti gif critica 2del synth, poi il dispiegarsi lento, inesorabile e ipnotico di una voluttuosa andatura che, in una maestosità quasi orchestrale, affonda i suoi artigli nella carne. La voce pericolosa e ammaliante di Siouxsie, immensa regina delle tenebre, celebra ancora una volta, nelle indiscusse vesti di sacerdotessa dark, un cerimoniale segreto e voluttuoso capace di un’intensità quasi insostenibile. E anche se le note di un equilibrio pericolante già attraversato dai canoni più pop del successivo e ultimo lavoro, Rapture, firmato Siouxsie and the Banshees cominciano ad increspare la potenza dell’incantesimo stregonesco lanciato, a partire da The Scream, dalla signora del nero, la canzone scritta per il ritorno di Tim Burton sulla maschera di Batman continua ad essere una magnifica danza mistica, sensuale e struggente, capace di cantare la direzione oscura che, tra perdizione e desiderio di salvezza, ha sovvertito l’ordine di un mondo dove l’identità è una ragnatela che è già stata soffiata via. Al di là delle memorie affettive, da neo-sedicenne in cerca di una collocazione da rivendicare, Face to face è stato il primo indimenticabile incontro con quelle distorsioni tenebrose personalmente vissute come testimonianza della maledizione delle dissonanze interiori, l’ipnotismo lugubre e aggressivo di Siouxsie è un segreto portale d’accesso capace di disvelare il vuoto nascosto dietro la lacerazione prodotta da quell’ossessione, tipicamente burtoniana, che, ribaltando l’idea del mostruoso fino a farne perdere le coordinate in un cortocircuito di senso, riflette l’immagine dell’impossibilità di esistere se non come soggetto scisso.

You never can win
It’s the state I’m in
This danger thrills and my conflict kills
They say follow your heart
Follow it through
But how can you
When you’re split in two?

Ogni presenza è duale, troppi segreti in un mondo di presenze spettrali dove, in una spirale maledetta che diventa frenetico punto di passaggio attraverso il quale si sprofonda nell’ignoto, dietro le maschere indossate, dietro le metamorfosi inscenate affinché un po’ di speranza possa sempre rimanere, alla fine si esiste solo per venire a mancare. L’agonia di chi riconosce quel che si cerca di mantenere nascosto continua ad espandersi, mentre, nell’incertezza di un canto seducente come la paura, luce e ombra confondono i loro confini.

Face to face
the passions breathe
I hate to stay but then I hate to leave
And you’ll never know
You’ll never know . . .

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