SPECIALE STAND BY ME – La mosca, di David Cronenberg

Folgorazioni, visioni e ricordi estivi, certo. Ma uno dei fili che scorrono sotto questo speciale è anche l’incontro con la serie dei Duffer Brother. Stranger Things ha la forma, perché no?, anche dolcemente nostalgica, di una mappa segreta di luoghi cinefili e non solo di tutto un decennio, gli anni ’80, dove si trovano i ricordi ai quali sono più legata. Quelli che, per quanto mi riguarda, custodiscono, amplificando nel tempo, tutta la magia e lo stupore ineguagliabili che solo le prime volte posseggono. Ma al di là della portata di un racconto che va ben oltre l’operazione di recupero per rinviare, in ogni sua immagine, a qualcosa di più ampio, quel che trovo davvero incredibile del progetto dei Duffer Brother è l’aver fondato il proprio universo narrativo a partire dalla natura meravigliosa e, allo stesso, tempo terrorizzante di quel passaggio cruciale e definitivo, dentro e sulla pelle, che ci conduce da un luogo all’altro della nostra vita, dall’infanzia all’adolescenza. Eleven, la ragazzina dai poteri speciali cresciuta in laboratorio si trova proprio lì, sul limitare disorientante di un cambiamento che, non senza una certa dose di crudeltà, apre all’improvviso mondi “sottosopra”, sconosciuti e instabili.

Sul mio corpo il mathe-flynifestarsi dei segni della metamorfosi che apre la porta dell’ingresso nel mondo dell’adolescenza è avvenuto con un certo ritardo rispetto alle mie coetanee, sprigionando, come è facile immaginare, un profondo senso d’ansia e un’attesa diventata vera e propria ossessione. Senza contare, poi, l’insicurezza e l’inadeguatezza sperimentati nelle relazioni con il mondo esterno. E’ stato proprio allora, quando durante l’ultima estate degli anni ’80, quasi a far da spartiacque nel mio caso anche somatico tra un’epoca e un’altra, ho iniziato a trovare sulla mia carne le tracce della mutazione, che ho deciso di farmi coraggio e sfidare quella frase di lancio “Abbiate paura. Molta paura” che, qualche anno prima, mi aveva infine convinto a rinunciare ad un biglietto miracolosamente ottenuto, nonostante il bollino di vietatissimo, perlomeno a chi ancora frequentava le scuole elementari, apposto sul film.

Quella de La mosca fu un’esperienza profondamente sconvolgente. Pur senza nulla togliere alle incredibili creazioni in lattice, plastica e gelatina di Chris Walas, che sono valse un Oscar al film e che, ancora oggi, a distanza di trent’anni dall’uscita in sala della pellicola di David Cronenberg nessun effetto speciale in CGI riesce a far sfigurare, a rendermi quasi insostenibile la sua visione non è stato tanto l’orrore generato dalla cronaca documentale della metamorfosi di Seth Brundle nella mostruosa creatura, Brundlefly, né uomo né insetto, registrata da Cronenberg con la stessa ossessiva precisione impiegata dallo scienziato interpretato da Jeff Goldblum nel filmare le fasi del suo processo di trasformazione e nel raccogliere le appendici via via espulse dal suo corpo. the-flyNé la violenza, improvvisa e disperata, delle scene più disturbanti del film, quando la coscienza sorda del mondo entomologico svuota di affetti o pietà l’animo umano, come nella sequenza della lotta con Stathis, ex amante e direttore della rivista scientifica nel quale lavora la donna di cui Brundle è innamorato, Veronica. A farmi sperimentare l’angoscia e il dolore con un’intensità fino ad allora mai provata davanti ad un film, è stata l’idea di fallimento inscritto nel desiderio di diventare altro da sé. Desiderio per me allora così urgente e attuale. E, ancor più, l’inevitabilità del destino tragico della carne, raccontato da Cronenberg in questa sua personalissima rivisitazione, voluta fortemente da Mel Brooks, de L’esperimento dottor K, firmato da Kurt Newmann nel 1958, con uno struggimento che, a mio avviso, ad eccezione di M. Butterfly, non ha eguali nella filmografia del regista canadese.

Ma non si tratta solo del terrore scatenato dalla presa di coscienza dell’instabilità propria del corpo, intesa come superficie che mette continuamente a repentaglio la definizione del nostro essere al mondo a causa della volatilità della sua forma. O della disfatta delle promesse salvifiche dell’immagine. Ne La mosca non solo il tentativo impossibile di resistenza alla scomparsa di sé si compie per mezzo di uno strumento di ripresa, la telecamera di Geena Davis, ma è il Cinema stesso a diventare incubo che contamina il corpo, generando un the-flynuovo mostruoso organismo nel momento in cui l’attraversa, come suggerisce la scena-sogno del parto larvale di Veronica officiato, non a caso, dallo stesso Cronenberg.
Dilatando le possibilità del body horror, fino a superare i limiti del genere per andare a lambire, come mai fatto prima di allora, i luoghi del melò, Cronenberg disegna un mondo di una cupezza assoluta, dove è proprio ciò che ci rende umani, la passionalità delle nostre relazioni e i movimenti dei nostri universi sentimentali, a consegnarci al destino di un’identità pericolosamente instabile. Quel che condanna il protagonista de La mosca non è affatto, come dice il suo computer, la mancata purezza della cella per il teletrasporto, ma la sua ricerca di umanità. E’ nel momento in cui, come Seth Brundle, abbandoniamo il nostro limbo relazionale, per sperimentare una possibile connessione sentimentale con il mondo esterno, nel caso de La mosca la “poesia della carne”, ovvero l’amore e la passione, che il corpo inizia a subire un processo di degenerazione in qualcosa di inaccettabile. Brundlefly si fonde, infine, con il telepode, generando una forma impossibile, Stranger-Thingsfatta di viscere, carne e metallo. “Sono un insetto che ha sognato di essere uomo e ha amato esserlo. Ma ora il
sogno è finito e l’insetto è svegli
o”.

Guardando Stranger Things insieme a mia figlia Anna, anche lei, come Eleven, corpo in bilico tra due mondi, non ho potuto fare a meno di pensare che non c’è, poi, molta distanza tra la definitiva perdita di sé di Seth Brundle e la scomparsa alla quale viene destinata la protagonista della serie dei Duffer Brother, nel momento in cui si trova a dover affrontare il doppio mostruoso da lei stessa generato.