The Silent Man, di Peter Landesman

Lo G-Man degli G-Men, un po’ come il re dei re. Anche se di cristologico c’è davvero ben poco nella storia di Mark Felt. Custode del tesoro dell’FBI, i segreti collezionati da J. Edgar Hoover, seconda carica del Bureau dal 1972 al 1973, gli anni del presidente americano più odiato della storia, Nixon, della contestazione e dell’attentato al Pentagono a firma della Weather Underground Organization, nel 1980 Felt verrà condannato per abusi nelle indagini sul gruppo dei Weathermen e poi graziato un anno dopo da Reagan. Ma soprattutto Mark Felt è il volto dietro la maschera di quella Gola Profonda, gli abiti dell’anonimato sono stati smessi solo nel 2005, tre anni prima della sua morte, che soffiando nell’orecchio del The Washington Post informazioni cruciali sullo scandalo del Watergate ha cambiato il corso della storia americana, ribaltando i giochi di potere della Casa Bianca e azzoppando definitivamente il tentativo dell’amministrazione nixoniana di the silent manstendere la sua ombra di controllo sul paese. In un momento di ritrovato interesse da parte del cinema per il giornalismo d’inchiesta – Kill the Messenger, scritto dallo stesso Landesman, Il caso Spotlight, The Post – Peter Landesman tenta un interessante cambio di prospettiva, raccontando la storia della fonte dietro lo scoop da prima pagina.
The Silent Man cerca di mantenersi in equilibrio tra un’ispirazione documentaristica, le immagini di repertorio, la camera a spalla, gli eventi scanditi dal count-down alle elezioni del 1972, e la volontà di una decisa drammatizzazione estetica, che ha l’aspetto plumbeo e asfittico della fotografia di Adam Kimmel. Lasciandosi fortunatamente alle spalle le discutibili intenzioni, apertamente agiografiche e monocromatiche, del suo precedente lavoro, Zona d’ombra, Peter Landesman riparte, come già in Parkland, dal suo passato da giornalista e nell’indagine sul lato oscuro della vicenda del Watergate di The Silent Man si lancia alla ricerca di una porosità nell’immagine, disseminando la storia di Mark Felt di sfumature e contraddizioni, di deviazioni e possibili piste da seguire. E sono proprio le spesse ombre nascoste dietro il volto del guardiano del sogno americano, così viene salutato il Mark Felt di Liam Neeson dalla moglie Diane Lane risucchiata, insieme all’America stessa, dal gioco di ricatti e segreti sul quale è stato edificato un intero sistema, ad aprire nella Storia uno scenario sotterraneo.
the silent manPur imboccando qualche scorciatoia di troppo nel cercare un equilibrio tra il mondo personale ed emotivo del suo protagonista e la materia storico-politica sulla quale si poggia il film, il senso di fallimento per la fuga della figlia, tanto per fare un esempio, sfruttato come motivazione troppo affrettata per gli abusi nelle indagini sulla Weather Underground, The Silent Man riesce a tracciare uno scenario dai contorni pericolosamente mobili, fino ad osare un ribaltamento dell’immagine dello scandalo del Watergate e delle sue conseguenze. Dietro la sconfitta dell’impero del male rappresentato dalla presidenza nixoniana, Peter Landesman non ritrae una nazione che riafferma i suoi ideali di libertà e verità. Piuttosto, nel tratteggiare il volto controverso di Mark Felt, The Silent Man si spinge in profondità inaspettate, dove la “rivoluzione” che ha deposto Nixon suona male, come una musica stonata e dove, a conti fatti, mentre i presidenti vanno e vengono, le uniche vere costanti capaci di stendere le loro lunghe ombre sull’America, fino a governarne i sogni, sono l’FBI e la CIA.


Titolo originale: Mark felt: The Man Who Brought Down The White House

Regia: Peter Landesman
Interpreti: Liam Neeson, Diane Lane, Maika Monroe, Tom Sizemore, Bruce Greenwood, Ike Barinholtz, Michael C. Hall, Wendi McLendon-Covey, Josh Lucas, Noah Wyle, Kate Walsh
Distribuzione: BIM
Durata: 103’
Origine: USA, 2017