VIAGGIO IN ITALIA – Martina Melilli, memorie da tripolitalians

Geografie confuse, storiografie diffuse, storie e memorie che si innestano vicendevolmente sul terreno di un vissuto collettivo, che viene puntualmente ignorato dal presente e alla fine sembra non appartenere a nessuno. La trama di relazioni funzionali tra biografie, memorie, attualità e storia è ciò che alimenta la ricerca di Martina Melilli, artista e filmmaker veneta, attiva dal 2012 a Bruxelles, dove ha fondato, con Ailien Reyns, Marius Packbier e Zimu Zhang, il collettivo Tripot che opera sulle connessioni tra percezione e tecnologia. Il lavoro di Martina sembra particolarmente attento al concetto di confronto, all’elaborazione di una sensibilità che trova la sua impronta sull’immediatezza della relazione tra il vissuto, la memoria, la coscienza collettiva, il dato storico e l’innesto di nuove sensibilità nella narrazione del presente.

quarto giorno di scuolaA scorrere il suo portfolio si percepisce un approccio che predilige la realtà, la concretezza della vita alla pulsione astratta o ideologica: l’immediatezza del suo sguardo sull’America anima per esempio la mostra New York, New York, che ha allestito a Bruxelles, così come l’intrusione nello spazio di Sesto al Reghena (Pordenone) di una comunità di immigranti diviene la materia su cui ha costruito, col collettivo Marsala11, il progetto installativo Mappe Fluide. Ciò a cui sta lavorando ora è però un tracciato che cerca la connessione tra la sua storia familiare e quella del nostro paese, proiettandosi idealmente sulla coscienza rimossa dell’immigrazione: il progetto Tripolitalians, che nel 2014 ha già prodotto una mostra presso la Mediateca Regionale Pugliese di Bari, è una sorta di work in progress destinato ad essere, nelle parole dell’autrice, “una ricostruzione di memorie e la costruzione di un archivio multimediale relativo alla comunità libico-italiana sparpagliata per l’Italia dopo il colpo di Stato di Gheddafi del 1969, a partire da mio nonno”. L’esito momentaneo (ma tutt’altro che provvisorio) di questo lavoro è Il quarto giorno di scuola: 5 minuti appena, ma di straordinaria densità e flagrante intensità, reduci dalla presentazione a Rotterdam (sezione Voices) e propedeutici a una ricerca già prossima a concretizzarsi in un film, My Home, in Libia.

quarto giorno di scuolaLa materia pulsa di vissuti familiari, di ricordi mai rimossi e dell’urgenza di un presente che arriva sulle nostre coste e ci aggredisce dai telegiornali: lo sradicamento di un’umanità sospinta altrove da casa e accolta con sospetto disumanitario in una nuova scena di vita. Il rispecchiamento che cerca Martina Melilli è chiaramente quello con il flusso di profughi che si riversa sul nostro mondo, ma tutto trae origine dalla narrazione di una storia familiare dolorosa, appartenuta al nonno e al padre, italiani di Libia ritrovatisi profughi sul suolo italiano dopo essere stati cacciati dal governo golpista di Gheddafi nel 1969. Le immagini transitano tra l’archivio e l’attualità, mentre la traccia è offerta dalla narrazione donata quasi occasionalmente alla regista dal padre, nel corso di una conversazione via Skype in cui Martina chiedeva al padre di ricostruire i suoi ricordi di bambino costretto a lasciare di corsa Tripoli, sbarcato a Napoli e poi andato a vivere con suo padre a Polverara, Padova. Quella conversazione a distanza, registrata dalla regista, diviene il filtro di una memoria ritrovata dall’autrice nella prospettiva storica, ma anche il tramite di una consapevolezza rivissuta nell’attacco al presente: la narrazione incredibilmente vivida e flagrante di un uomo adulto che esprime, con una dolcezza e fragilità quasi ancora infantile, l’esperienza di sradicamento e di disaccoglienza subita da bambino si confonde, nel flusso di immagini, con l’approdo rischioso dei profughi sulle nostre coste.

il quarto giorno di scuolaMartina  Melilli individua il punto di contato tra una narrazione del presente, che ha l’approssimazione di frammenti ripresi con mezzi di fortuna durante le operazioni di soccorso, e la ricostruzione del nostro stesso passato, che risuona nel bianco e nero delle immagini d’archivio recuperate. Ma trova anche la trasparenza un po’ spiazzante prodotta dalla sovrapposizione di inserti filmati, in cui mostra la realizzazione di un acquarello su carta di uno stilizzato Vesuvio: gesto visivo che smussa lo scarto tra realtà e immaginario, ma anche le consente di riappropriarsi nella fantasia di quella che potrebbe essere stata la prima immagine rimasta negli occhi del padre bambino, sbarcato da profugo a Napoli. Ne consegue una triplice caratura visiva e ideale che fa del Quarto giorno di scuola una sorta di immersione in una molteplicità di vissuti legati dal filo straordinariamente umano di un racconto orale al quale è demandato il portato complessivo dell’operazione. La simulata freddezza degli inserti filmati sulla realizzazione dell’acquerello, trovati sulla nettezza della linea verticale di ripresa di un tutorial, è in questo senso il contrappunto logico di un processo in cui l’inclusione emotiva della narrazione orale e l’esclusione cronachistica delle riprese sull’approdo dei migranti di oggi si confondono in una pratica del visibile che vive la profondità prospettica di un immaginario collettivo disperso. Un immaginario mancante o forse solo dimenticato (da riattivare): profugo in se stesso, lasciato alla deriva assieme alla coscienza della nostra identità.

Trailer Il quarto giorno di scuola

Sito ufficiale collettivo Tripot