ZEBRA CROSSING. Maarteen Baas/Lensvelt, Milano Design Film Festival

Zebra Crossing è una nuova rubrica di Sentieri Selvaggi che vuole indagare principalmente gli ambiti di video-arte e design. Sapete tutti come Zebra Crossing siano le strisce pedonali nel mondo anglosassone. Il nome ci è piaciuto perché rimanda all’elegante e leggero animale africano ma allo stesso tempo ricorda il modo di stare in mezzo al traffico, sia indifesi che forti del proprio diritto di usare solo il nostro cervello per interpretare la velocità che ci sta intorno, senza farsi intimorire né schiacciare. Zebra Crossing per noi implica attenzione, riflessione, sospensione, lentezza e meraviglia. Attraverso la lente del cinema, e il modo in cui crediamo fermamente che si stia attuando una espansione del cinema verso altri ambiti, vogliamo porci in mezzo al traffico della comunicazione audiovisiva per cogliere i rimandi che più ci interessano nella video-arte e nel design. Consapevoli più che mai che oggi il cinema è un atteggiamento mentale, atteggiamento che i video-artisti e i designers adottano sempre, alcune volte senza nemmeno esserne coscienti.

Iniziamo da questo ultimo punto, “l’incoscienza”.

Durante il Fuorisalone 2017 Maarten Baas portò una installazione per Lensvelt dal nome “May I have your attention, please”. L’installazione constava di due distinti campi figurativi: le sedie create da Baas e i megafoni posizionati a delimitare lo spazio dell’installazione. Arrivati sul luogo dell’installazione la nostra attenzione fu letteralmente rapita dal momento particolare in cui ci trovammo a “vivere” tale opera. Eravamo infatti fra vari giornalisti di tutto il mondo venuti anch’essi a documentare l’ultima interessante creazione del designer olandese, e fra loro stava anche una piccola troupe giapponese che aveva portato l’attrezzatura per girare del materiale video.

Ma i giapponesi, per loro esigenze stilistiche, avevano chiesto di liberare il tappeto rosso dalle sedie che erano state fino ad allora poste in mezzo al set. Quindi noi altri ci trovammo casualmente in una situazione diversa da quella originariamente concepita da Baas e dal cliente. Questo piccolo cambio di programma ci permise di fisicamente camminare sul tappeto rosso senza più l’ostacolo delle sedie, ma anzi con una amplia libertà di movimento tra le due quinte laterali di megafoni. Megafoni che si attivavano appena ci si avvicinava e che iniziavano a sussurrare qualcosa alle nostre menti. Tutto questo per dire che la situazione creata da Baas/Lensvelt, per mostrare le proprie nuove sedie, aveva casualmente preso una direzione diversa da quella pensata, andando verso un’esperienza limite.

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Come se il film preparato fosse stato manomesso e ne fosse nato un altro. Qualcosa che stava tra il teatro, il cinema, la scultura, l’installazione. Tutto ciò ci sembrò molto interessante, perché questo evento fortuito, che potrebbe essere definito un errore di sistema, fece sì che il campo figurativo dei megafoni prendesse completamente il sopravvento sul campo delle sedie, nascondendole dalla mente di chi guardava. L’opera nata con un senso primo acquisiva casualmente un senso “secondo”, che la rafforzava, la rendeva meno concettuale e più viva, forse sottolineava come i due campi non fossero fusi perfettamente insieme (con le sedie comunque distinte dai megafoni) ma si apriva a nuove dimensioni di interpretazione che ne arricchivano mirabilmente il concetto.

A Zebra Crossing chiamiamo questi momenti “smarginature”, perdite di senso, ad acquistarne altro, più profondo, che pensiamo sia eminentemente cinematografico e vogliamo indagare in modo critico come tali “smarginature” siano presenti nel mondo del design e della video-arte. Infatti pensiamo che oggi questi siano gli ambiti più liquidi, quelli che si prestano maggiormente a tale incrocio col cinema. E questo ci permette di dire che il cinema di oggi sta forse più in tali opere che in molti film mainstream che vediamo al cinema. Film chiusi come sono a livello di senso, che per giunta ci si chiede di vedere ancora dentro le sale “delimitate” di una volta.

L’approccio “incosciente” illustrato prima è restituito subito al mittente se parliamo però con Antonella Dedini e Silvia Robertazzi, che, in modo controllato, curano da cinque anni con successo il Milano Design Film Festival.

Antonella, intanto perché usare il linguaggio video per parlare di design?
Il MDFF parla il linguaggio del video perché è il linguaggio della comunicazione oggi. Il nostro obiettivo è proprio quello di andare oltre, non parlare solo agli operatori del settore e mostrare tutte le fatiche che stanno dietro un “progetto”. Oggi architettura e design sono cosa di tutti. Non si può non sapere delle grandi trasformazioni che stanno avvenendo. Milano stessa è stata recentemente protagonista di trasformazioni architettoniche e decisioni strategiche importanti. Poi il video è come l’alcol, il corpo lo assorbe subito e dopo aver visto un’ora di documentario ben strutturato, con una tessitura di linguaggio, di contenuto, di forma interessante non si può non rimanere colpiti, più che da una mostra o da un libro. Finora pochi avevano fatto questo ragionamento col design, portando una nicchia simile a parlare ad un pubblico più amplio. Questo è il nostro obiettivo.

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Silvia, cosa significa parlare di design?
Il MDFF è un festival che attraverso il linguaggio del video vuole raccontare e sensibilizzare un pubblico anche non di addetti ai lavori su cosa sta dietro il “progetto”, inteso in modo amplio, un po’ alla anglosassone. Questo vuole dire parlare di design. Secondo questo pensiero tutto ciò che ci circonda è stato progettato e disegnato, dalla poltrona all’abito, al gioiello, all’orologio, alle scale, agli ascensori. La selezione che facciamo cerca di raccontare un po’ il dietro le quinte. Raccontare certi personaggi che aiutano e hanno aiutato a rendere la vita migliore, più vivibile (o invivibile a seconda di chi giudica). Il design è stato sempre rigoroso, non puoi fare una sedia se non conosci l’ergonomia, se non conosci i materiali, la resistenza dei materiali, le problematiche tecniche delle aziende, il mercato. non è un gesto solo di ingegno. Durante il festival abbiamo mostrato un film su Kostantin Grcic, uno dei grandi designers di questi tempi, che ha come sottotitolo “Design is Work”, e racconta proprio ciò che sta dietro la progettazione, cosa vuole dire avere una committenza, cosa vuol dire realizzarla, quali sono i compromessi, i dialoghi con l’azienda, contenere i costi, ridurre le misure di un oggetto, perché magari non può essere seriale e richiede macchinari particolari. Design vuole dire progetto, ed è un progetto assolutamente studiato e pensato.

Antonella, senza alimentare in nessun modo polemiche sterili, cosa pensi che differenzi ora Milano da Roma in questo tipo di approccio?
Noi siamo qui perché siamo milanesi. Veniamo dal mondo del design, e ci viene facile perché questa è la città del design. Non è ovviamente una battaglia tra Milano e Roma, qui però c’è un mondo che forse accoglie meglio questi temi contemporanei. Abbiamo notato che a Roma si fa un po’ più fatica, anche se lavoriamo dall’inizio di questa avventura col MaXXi che ci ha accolto da subito, inserendo nostri film dentro un programma già strutturato sulle grandi città internazionali. A Milano però è tutto molto più semplice. le persone sono molto disponibili a conoscere, mettersi in discussione e aprire dibattiti. A Roma è un po’ più complicato, crediamo forse sia per la dimensione della città o anche per una certa mentalità, dato che Roma non raccoglie la contemporaneità mentre preferisce stare sul sicuro. Milano è una città che si è messa in discussione più volte, ed ultimamente molto bene.

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Silvia, come si rapporta un ambito così preciso come il design all’imprecisione della vita?
Per me la vita sta in una grande risata. Che bisogna cercare di fare vera, autentica, cosa difficilissima. Perché vuole dire il massimo della leggerezza ed anche della consapevolezza. La vita è questa. Noi siamo sicuramente delle appassionate, perché fare quello che abbiamo fatto, da indipendenti, senza avere le spalle coperte, investendo tempo, pensiero e denaro è una cosa che deriva da come ci siamo formate studiando. Sentiamo di aver scelto il giusto, di aver intuito qualcosa che poteva essere condiviso e ci riempie di gioia vedere le sale del festival piene. Questa è la vita, condividere passioni.

 

Come vedete l’ambito è sghembo. Siamo di fronte a una materia in cui pare valere tutto e il contrario di tutto. È vero che il design è rigoroso, ma è anche vero che non si può controllare sempre tutto. Anzi forse da errori o da mancati controlli possono scaturire intuizioni ancora più potenti. Possiamo dire che si sta sempre tra pianificazione ed improvvisazione, e pensiamo sia interessante questo particolare ambito di ricerca, preso di mira da Zebra Crossing, perché la leggerezza tecnologica che lo caratterizza può facilmente portare a delle correzioni in corsa, a delle deviazioni veloci ed improvvise che vanno verso altri sensi più profondi. Sempre forti però dello studio che caratterizza un approccio serio come quello espresso dalle curatrici del festival.

Alla prossima!

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