ZEBRA CROSSING. Morgan Cars, Ruote da Sogno, Nuovo Cinema 500

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(“Two-Lane Blacktop”, regia di Monte Hellman, 1971 USA)

L’occasione del recente “Milano Autoclassica” presso la fiera di Rho ci dona lo spunto per parlare di quella straordinaria forma artistica che risponde al nome di “design automobilistico”, uno dei cardini del design tout court. Ovviamente il campo di indagine è molto vasto ma per questo ci permette facilmente di associare un po’ di concetti, dato che automobili e cinematografo nascono quasi insieme, e camminano da sempre contemporaneamente. Se prendiamo coppie concettuali come “aria contro asfissia” “velocità contro lentezza” “movimento contro staticità” ci muoviamo immediatamente verso zone che vanno oltre le strutture narrative classiche e i classici modi di fruizione e in direzione del legame tra le immagini del movimento automobilistico con la possibilità di giungere al cosiddetto “cinema puro” come qualcosa che può esistere solo tramite il mezzo cinema. Viene subito in mente il proclama del primo futurismo, secondo cui “Un’automobile da corsa è più bella della Nike di Samotracia”, che a sua volta facilmente ci ricorda tantissimi immagini di velocità, movimento e angoli visuali impossibili che le auto e la strada hanno sempre regalato al cinema. Gli ambiti corrono intrecciati. Sappiamo benissimo quanto può esserci talvolta più cinema in un bolide da corsa che in un film (magari sui bolidi da corsa), e ne abbiamo di meravigliosi esempi, guardando anche solo le creazioni di un genio del design come Horacio Pagani, le cui autovetture –come la Pagani Zonda o la Pagani Huayra– sembrano letteralmente create per essere cinema nel e del reale. Ci sono poi sicuramente potenti eccezioni (da Rush a Gone in 60 seconds), film che portano le proprie autovetture nell’olimpo del nostro immaginario, facendole diventare vere figure mitologiche metà autoveicoli e metà ombre filmiche dei nostri ricordi, come leggerete.

Al recente salone “Milano Autoclassica” abbiamo parlato di questo e di altro con Steve Morris (managing director di Morgan MC ltd) e con Patrizio Zaccarelli (marketing consultant di Ruote da Sogno srl).

Steve Morris è il managing director di Morgan, famosissima e prestigiosa casa automobilistica inglese dello Worcestershire, che ha creato modelli eccezionali sia dal punto di vista automobilistico che iconico.

Mr. Morris che relazione vede tra automobili e film?
Penso che film e automobili creino un legame sempre interessante. Dipende da ciò che tu vuoi a livello iconico dal tuo tipo di veicolo, pensate per esempio al buono e il cattivo; se guardiamo ai film con James Bond e simili ci sono sempre un buono e un cattivo ed entrambi sono totalmente adatti al tipo di veicolo che trasportano. Per me questo è molto interessante. Morgan vuole da sempre essere un “friendly brand”, un sinonimo di pensieri positivi, e quindi le auto Morgan si adattano sempre bene con il personaggio positivo. Si pensi a Peter Sellers in “The Party” per esempio. Negli anni le Morgan hanno abitato molti film per questo e altri motivi.

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Quanto è importante il design in questo tipo di veicoli?
Se guardate al design è interessante vedere come le auto si sono evolute dagli anni ’20 e ’30 diventando delle forme astratte, forti e pure. Penso ci sia una totale connessione con il concetto di “forma”, e se si guarda la forma di una Morgan (che sia una Plus 4 o una “threewheeler”) penso essa sia veramente una forma forte e positiva, di stile retrò, che riesce a dare se stessa come personaggio in un film.

Come si rapporta una Morgan al mondo di oggi?
Oggi molte auto hanno una forma e una connotazione aggressiva e vogliono intimorire. Ma poi ci sono automobili come le Morgan che hanno un look amichevole e attraente. E penso sia questo che esse danno al cinema, questo è il significato del loro disegno. Negli anni le Morgan sono state in vari film e video, pensate a film come “The War of the Roses” con Michael Douglas. Poi penso sia talmente un’icona, con una forma talmente forte che le permette di essere indifferente al mercato. In questo modo se si vuole un’auto retrò la Morgan è il meglio. Infine la Morgan è un’autovettura positiva da filmare, con una forma facilmente amabile che si dà molto bene al mezzo “cinema”.

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Vediamo quindi come la forma sia contenuto, e il modo in cui una Morgan viene disegnata vuole sempre essere in linea con una linea “friendly” che prova a ironizzare sull’aggressività delle linee automobilistiche che essa incontra per le strade. Senza mai però cedere riguardo la precisione nel dato tecnico. Capiamo come quindi si stia di fronte a una serialità con personalità, a una forma di design che deve parlare a tutti per forza, ma riesce sempre ad avere qualcosa da dire di diverso a ognuno di noi. Aprendo veri squarci nel nostro immaginario con modelli che restano impressi negli anni come icone automobilistiche, sociali e cinematografiche. Esistono però modelli particolari che vanno completamente oltre la serialità, non tanto per il loro molto esiguo numero di produzione (si pensi alle creazioni di Pagani), quanto per l’alone di leggenda che hanno saputo alimentare solo perché guidati da stelle del cinema. In questo modo un’autovettura riesce a uscire dalla serialità in modo più immediato che un film. Rendendola però allo stesso tempo oggetto pesante, quasi fosse una scultura che perde la funzione primaria ma assume una funzione secondaria, cioè artistica. Ne parliamo con Patrizio Zaccarelli marketing consultant di “Ruote da Sogno”.

Signor Zaccarelli cosa è “Ruote da Sogno”?
Ruote da Sogno è uno show room unico nel suo genere nel quale è possibile vedere dei gioielli che hanno fatto la storia dell’automobilismo e del motociclismo. In molti casi le auto sono testimonial di film, che hanno poi loro rese famose anche commercialmente. A noi ci capita spesso di incappare in auto d’epoca che sono state protagoniste di film, come ad esempio il mitico Duetto rosso di Dustin Hoffman ne “Il laureato”, oppure la Shelby 500 GT Ford del film “Gone in 60 seconds” con Nicolas Cage e Angelina Jolie, oppure la lancia Aurelia b24 del film “Il sorpasso” con Gassman e Trintignant. Si tratta di auto che danno lustro a un’epoca e ancora oggi sono le regine delle aste internazionali.

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Cosa sono a livello di design queste auto?
Ognuna delle auto dette, legate al cinema, è figlia della propria epoca, quindi sostanzialmente rispetta i canoni, i criteri di una società, soprattutto se pensiamo agli anni 50, in forte espansione, in forte evoluzione. L’Aurelia b24 del Sorpasso ad esempio era, per quell’epoca, quando l’Italia girava in Vespa, un’immagine iconografica di un paese che usciva dalla guerra, cioè era il sogno, il mito irraggiungibile di quel momento, ad appannaggio solo di pochi ricchi. Questo è sicuramente un fenomeno sociale che ha dei risvolti sociologici. L’auto è comunque un fenomeno di costume, sempre, e in ogni epoca lo è stato.

Dove si va oltre la serialità del modello per entrare nell’unicità?
Le auto che hanno una storia da raccontare, o che sono appartenute a personaggi famosi, oggi rappresentano un tesoro da ricercare. Noi abbiamo avuto veicoli appartenuti a personaggi famosi tipo Giorgio Strehler, Valentina Cortese o Richard Baseheart, e ci siamo resi conto che questo era un vero plusvalore riguardo la valutazione dell’auto. L’auto condotta da un personaggio famoso vale di più della stessa auto, dello stesso modello, nelle stesse condizioni che non ha un passato così scintillante. Questo fa diventare un pezzo seriale qualcosa di particolare, cioè un vero pezzo unico. Anche se sono stati prodotti molti pezzi di un modello, quello lì in particolare assume una connotazione di unicità che lo rende appetibile, e in posizione di preminenza rispetto agli altri modelli della stessa linea. Quindi il fatto sia appartenuta a personaggi famosi ne accresce sicuramente la valutazione.

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Il mondo delle auto si annoda con quello del cinema, creando e bruciando miti e sogni. Questo fa parte della storia del ‘900 ma è giusto guardare al futuro. Non tanto al futuro dei modelli (anche se possiamo scherzosamente chiederci se arriveremo mai alle auto volanti di Back to the Future di Zemeckis) quanto al nostro futuro di persone, cioè come noi possiamo rapportarci all’oggi e guardare al domani forti del nostro passato. Come fa per esempio Nuovo cinema 500, realtà indipendente italiana presente al Fuorisalone 2017, che usa la vecchia, storica e amata Fiat 500 come sala cinematografica itinerante.

Ci potete dire chi siete?
Il nostro progetto Nuovo Cinema 500 mette insieme talenti e competenze diverse. Siamo un gruppo di amici, giovani creativi nell’ambito dell’architettura, del cinema, delle arti figurative, della comunicazione e della formazione che si è conosciuto in una scuola di teatro a Formia in provincia di Latina (Teatro Bertolt Brecht Formia).

Cosa fate con Nuovo Cinema 500 e perché?
Ci piace dire che l’arte, la città e la collettività rappresentino i fulcri della nostra ricerca espressiva e personale. Lavorare insieme per noi vuol dire trovare un punto d’incontro tra le nostre professionalità. La città è il nostro banco di prova, il cinema e il teatro il nostro linguaggio, il design il nostro mezzo. Nuovo cinema 500 è stato il primo progetto che sia realmente riuscito a metterci tutti sotto un unico grande cappello. Un esperimento nato da un’idea di Elisa Cuciniello, Diana Ciufo e Marco Mastantuono di convertire la Fiat 500 di Diana in un’installazione che ravvivasse l’estate di provincia del golfo di Gaeta, come una sorta di incursione improvvisa nella città. Tutto è partito da una domanda: cosa accadrebbe se potessimo parcheggiare la nostra Fiat 500 gialla e in 20 minuti trasformarla in un cinema per due persone? Le persone come reagirebbero? Presto abbiamo coinvolto il resto del gruppo (Edoardo A. Palma ed Emanuele G. Forte), perché le cose sono belle se condivise, e ognuno di noi ha messo dentro la propria professionalità. Tempo pochi mesi ed avevamo già iniziato a capire che, al di là della funzione di intrattenimento e spettacolo, il nostro intervento poteva avere anche un approccio di tipo differente. Ogni volta che arriviamo con la nostra Fiat 500 in una piazza le persone si mostrano infatti interessate a iniziare un’interazione sociale. Da qui l’idea di usare il nostro progetto non solo per divulgare, ma anche per creare un prodotto cinematografico.

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Perché usate un oggetto di design come la Fiat 500?
Cercavamo un oggetto che ci rendesse visibili, che incuriosisse, che mettesse il pubblico a proprio agio. La Fiat 500 rappresenta nell’immaginario collettivo un potente simbolo di rinascita, cambiamento, desiderio. È come se questa macchina fosse un “attivatore” di storie. Essendo il simbolo del boom economico, tutti hanno una memoria legata alla Fiat 500, e inoltre, avendo l’aspetto di un giocattolo, è l’immagine celebrata anche dai più noti cartoni animati (come Luigi del cartone Cars o Lupin III), e anche i bambini ne sono attratti. Ed è proprio grazie alla Fiat 500 che raccogliamo le storie di tutti e poi le proiettiamo. Ci piace l’idea di arrivare in una città, posteggiare ed iniziare a raccoglierne le memorie urbane e sociali: ogni tappa per noi rappresenta un nuovo set per realizzare mini documentari e proiettarli per due spettatori alla volta. Ispirati dall’identità dei luoghi coinvolgiamo gli abitanti in racconti e interviste per raccogliere storie e memorie del territorio e riportarle in vita, esplorando nuovi modi di vivere e condividere lo spazio urbano. Adoriamo mettere in moto la nostra Fiat 500 e trasformarla in un caleidoscopio itinerante in grado di viaggiare e custodire storie e racconti.

Avete qualcosa in programma prossimamente? Dove sarà possibile vedervi?
Saremo il prossimo 26 dicembre 2017 nel cortile del teatro Bertolt Brecht di Formia (LT) con una installazione di Nuovo Cinema 500 ricca di proiezioni nell’auto e nel foyer del teatro.

Sicuramente è difficile tirare le fila di un discorso che vede come attori il cinema e le auto, perché gli spunti, i rimandi, le aperture di senso sono molteplici. Cosa lega una vecchia Fiat 500 a una nuova Pagani Huayra? E come entrambe sono legate al cinema? Forse sono esse stesse cinema. Il design è proprio quel fertile terreno in cui il prototipo fa da padrone, in cui è possibile più che in altri ambiti, sperimentare, provare un’idea per vedere se riesce a livello tecnico come a livello commerciale. E l’uso di una Fiat 500 come cinema fa chiedersi se fosse possibile usare un film per fare altro da sé. Illuminare una stanza buia per esempio? Allora si facciano prototipi di film totalmente bianchi! Boutades a parte ci preme veramente sottolineare l’importante incrocio tra gli ambiti perché esso vuole servire ad aprire i margini di una riflessione sul cinema che vada oltre la struttura classica, la serialità imposta, la comunicazione sorda. Anche ragionare sulla stessa serialità di un prodotto che deve essere moltiplicato in (in)finite copie identiche è un primo passo verso la rottura di schemi precostituiti. Da qui l’interesse per il pezzo unico di “Ruote da Sogno”. Che rimanda all’interesse verso le “stories” di social come Instagram, vero cinema personale a copie limitate che appaiono e scompaiono nel giro di 24 ore. Alimentando sogni e ricordi.

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