8:46 – La rabbia di Dave Chappelle

Dave Chappelle è tornato! Chi si aspetta risate ciniche resterà deluso. Sul canale youtube di Netflix un monologo rabbioso in libertà che ci insegna quanto vale una vita. Per George Floyd

Otto e quarantasei: due numeri come tanti fino a qualche tempo fa, ma ora non più. Oggi abbiamo scoperto che otto minuti e quarantasei secondi sono sufficienti per privare un uomo del fondamentale e primigenio diritto a respirare, aprendosi immediatamente alla dimensione del simbolico.

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«I can’t breathe»…

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Lo sa bene Dave Chappelle, uno dei più celebri comici americani, che dopo la lunga pausa forzata della quarantena ha rotto il silenzio con un nuovo, attesissimo show rilasciato online dal canale YouTube di Netflix . Il suo titolo? 8:46.

Distanziamento sociale e mascherine d’ordinanza ed un evento all’aria aperta, nella cornice di un bel parco a Beavercreek, Ohio, ma a spiazzarci non sono certo queste pratiche a cui siamo ormai blandamente abituati: se qualcuno si aspettava di ridere cinicamente sarà sicuramente rimasto deluso. Perché Chappelle questa volta è andato dritto al punto, tagliente, conciso e rabbioso, proprio come il titolo lascia intendere. «In circostanze normali, non vi mostrerei nulla di così poco rifinito, ma mi auguro che capiate», si è scusato con i suoi spettatori. La rabbia è quella che ormai da settimane agita strade degli States e del mondo, da quando George Floyd è morto soffocato a Minneapolis sotto il ginocchio del poliziotto Derek Chauvin che lo immobilizzava, impedendogli di respirare.

Un sentimento di stanchezza diffuso, troppi episodi su cui si è colpevolmente passati oltre e troppi giorni passati inutilmente a dover spiegare ancora e ancora qual è il valore della vita della black people. «Non voglio essere pesante», esordisce il comico, «ma dobbiamo dire qualcosa», rivolgendosi provocatoriamente alle altre celebrità che stanno dicendo la loro sulla vicenda e che aspettano con ansia un suo commento, cercando autorevolezza nelle sue parole di afroamericano. «Le rivolte nelle strade parlano da sé», senza bisogno che se ne sentenzi dall’alto, «non hanno bisogno di me», ma certo nel piccolo qualcosa si può fare. È giunto il momento di mettere a discorso e decostruire un’ideale centenario di white supremacy, una storia di razzismo americano che dal passato coloniale giunge ad un presente non meno incriminato.

Black Lives Matter è il messaggio che dilaga in ogni dove, dai luoghi fisici a quelli digitali, e piattaforme attentissime all’ultra-contemporaneo come Netflix, Sky o HBO, si sono affrettate a creare apposite sezioni e tag dedicate al cinema black. Come leggiamo sul BrooklinVegan, la selezione Netflix include 13th, Let It Fall, Malcolm X, Who Killed Malcolm X?, LA 92, Dear White People, Teach Us All, When They See Us, What Happened Miss Simone?, #blackAF, e molti altri titoli, senza contare che non a caso pochi giorni fa è stato rilasciato il nuovo film di Spike Lee, Da 5 Bloods, storia di quattro veterani neri del Vietnam.

Qualcuno ha scritto che più che una routine standup si tratta di una brutale terapia di gruppo, un flusso di coscienza, un esorcismo, e forse è il modo più corretto di prenderla, chissà. Quel che è certo è che proprio tutti, anche quelli che non credono ai numeri o agli astri, o che non sono nati, come Dave Chappelle (segno del destino?), alle otto e quarantasei, d’ora in avanti dovrebbero considerare questo numero in un modo altro, com’è giusto fare.

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