Alice e Peter, di Brenda Chapman

Due icone immortali unite dalla fuga dalla realtà attraverso la fantasia si ritrovano nella stessa storia per creare una sorta di prequel – ma dimenticando l’immaginazione. Su Amazon Prime Video

Alice e Peter Pan, due icone culturali le cui storie hanno forgiato l’infanzia di diverse generazioni, sono accomunate dal loro voler fuggire dalla realtà per rifugiarsi in un mondo incantato ove governa la fantasia. Il fascino di Alice è stato attribuito alla sua capacità di essere continuamente re-immaginata. Robert Douglass-Fairhurst vede il personaggio come rappresentante di speranze e paure astratte, consentendo di attribuirle ulteriori significati. Per quanto riguarda Peter Pan, nell’immaginario dell’autore, non è “il bambino che non vuole crescere“, come si è soliti pensare.

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Sono due icone abusate ma soprattutto manipolate e alterate di continuo in forme sempre diverse; basti pensare alla trasformazione di Peter Pan in un antagonista nella serie C’era una volta. Stavolta, anziché trasformare una sola icona, se ne prendono due insieme – altro dettaglio che riporta a C’era una volta, annientando qualunque tono di novità da parte del film. Dalla tana del Bianconiglio a L’isola che non c’è, dal servizio da té in giardino alle lotte con i pirati: il tutto si riunisce nello stesso racconto.

Quest’altro riadattamento di Alice nel Paese delle Meraviglie e di Peter Pan prova un po’ a fare da prequel per entrambe le storie, partendo dallo stesso presupposto e dal motivo primario che le unisce; il tutto però all’interno del reale, come valeva per le due storie originali ma che al contrario di esse ci rimane. La fantasia è solo ed esclusivamente pensata, a sprazzi, quando si gioca, quando si vuole rifiutare la difficoltà della vita. Rose e Jack crescono i loro tre figli nella totale libertà che lascia libero sfogo all’immaginazione, al gioco, alla creatività, al divertimento, ispirando alla creazione di favole in quel mondo sereno immerso nella campagna, lontano dalla città londinese. I ragazzi, ma anche i loro genitori, vivono avventure e si nutrono dell’immaginario: una famiglia serena, lontana dalle regole asfissianti del mondo adulto, che vede nella creatività e nell’immaginazione le priorità che stanno alla base di una vita migliore. Quest’idillio viene però spezzato dalla morte precoce di David, uno dei tre figli, a causa di un incidente. Questo evento apre la strada alla realtà, il che riguarda inevitabilmente tutta la famiglia e soprattutto i genitori, che tra alcol, depressione e il vizio del gioco svaniscono da quel mondo fantastico che erano riusciti a costruire; quasi come se anche la loro fanciullezza fosse finita in quel momento, nonostante fossero già entrati da tanto tempo nel mondo degli adulti (e forse è proprio questa la parte più interessante). I due bambini, Alice e Peter, ‘rimasti soli’, riescono ancora a fuggire al dolore grazie all’unicità di quella loro immaginazione infantile.

Queste figure narrative sono già state usate a tal punto che in realtà non è così sconvolgente trovarle nella stessa storia. Seppur così diverse, hanno lo stesso identico cuore. Questo vale soprattutto in un periodo come questo, in cui è routine girare e trasporre le favole del passato cercando di ricavarne qualcosa di nuovo.
Ma non è questa tendenza il difetto del film, nonostante non solo si abusino personaggi iconici ma anche elementi e ispirazioni da film come Neverland – Un sogno per la vita, alla cui messa in scena cerca di approcciarsi; il vero difetto sono i richiami didascalici alle opere, mischiati a piacimento senza diventare niente più di questo, abbandonandosi alla confusione sul senso di un crossover come questo.

Il film ci prova e per un po’ anche riesce ad alternare i due sguardi, quello fantastico dei giochi e quello reale della perdita, beneficiando di una resa grafica che nasce in modo abbastanza naturale, tra effetti speciali e visivi che s’intrecciano senza appesantire, rendendo l’opera genuina e non artificiosa. Una messa in scena che funziona così per via delle ambientazioni naturali, con i costumi elaborati che fanno da contrasto.
Il tutto, per l’appunto, proprio come in Neverland, il quale però ha una forte personalità che si mantiene per tutto il film, inducendo a riflettere con eleganza e divertimento sul rapporto tra fantasia e realtà, entrando nei cuori proprio per il suo modo di indagarlo senza forzare la mano, approfondendo quel qualcosa che non c’è ma che esiste. Lo stesso alternarsi tra fantasia e realtà che ha fatto delle fiabe di Lewis Carroll e dell’opera teatrale di J.M. Barrie delle pietre miliari della letteratura per l’infanzia, qua sbiadisce. Si aggiungono sullo sfondo lotte di classe – discriminazione per il colore della pelle del padre, un falegname che si guadagna da vivere intagliando oggetti nel legno – che provano a dare maggior peso al racconto.

La piega drammatica conduce il film verso l’età adulta, in cui i genitori dimenticano tutto e sembra che non abbiano più intenzione di ritornare al mondo immaginario. Così i due bambini cercheranno di aiutarli, viaggiando prima verso Londra e approdando poi nei mondi che gli sono sempre spettati, cioè nel Paese delle Meraviglie e su L’isola che non c’è.
Anche in Neverland il tema della perdita é stato fondamentale in quanto tematica che ha scatenato la genesi della storia di Peter Pan, dove poter scappare per non affrontare il dolore. Un po’ come Wonderland esiste per portare via Alice dalla noia del reale.
Gli Alice e Peter del film imparano così ad affrontare le paure, più o meno grandi; in un’esistenza che però divide, conducendo lei a diventare grande, al contrario del fratello Peter, che, seguendo la storia originale, ha sempre avuto questo destino contrario.

Brenda Chapman, regista tra l’altro di Ribelle – The Brave, sa bene cosa sia un film per l’infanzia, ma stavolta utilizza soprattutto il reale per provare a raccontare come, ma soprattutto perché, queste icone classiche – ma anche pop, fondamentalmente non hanno età – sono diventate immortali, provando ad esprimere il momento in cui non si vuole crescere a quando invece si deve crescere; qualcosa che esiste anche nei romanzi originali.
Tematiche che ricordano i film di Terry Gilliam nel conflitto tra realtà e fantasia; anche se nei film di Gilliam, quando ci si confronta con l’immaginazione come spettatori non si è sicuri di star realmente assistendo a qualcosa di immaginario o alla verità dell’opera. E la cupezza inserita è molto lontana da quella di Guillermo del Toro, che va molto più in profondità nella cupezza dell’infanzia. Detto questo, nonostante le premesse, a questo film manca proprio la vera immaginazione: quella che rende una storia originale, che s’imprime nei cuori. Ci prova, ma rimane anche molto lontano dalle corde emotive.

Titolo originale: Come Away
Regia: Brenda Chapman
Interpreti: Angelina Jolie, David Oyelowo, Keira Chansa, Jordan A. Nash, Gugu Mbatha-Raw, Reece Yates, Anna Chancellor, Michael Caine, Clarke Peters, David Gyasi, Derek Jacobi, Ned Dennehy, Damian O’Hare
Distribuzione: Amazon Prime Video, 01 Distribution
Durata: 94’
Origine: USA, 2020

La valutazione del film di Sentieri Selvaggi
2.4

Il voto al film è a cura di Simone Emiliani

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Il voto dei lettori
2.8 (5 voti)
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