All adventurous women do – La nuova stand up comedy femminile

Può una malattia venerea diventare simbolo di liberazione? Sì, almeno a giudicare dalla frequenza con cui l’HPV (il Papilloma Virus) ricorre negli sketch della nuova comicità al femminile made in Usa.  Lena Dunham ci ha costruito sopra una delle sequenze più celebri e celebrate di Girls, trasformando il duplice  trauma della scoperta di un ex fidanzato gay e della malattia in un simbolo di forza e autoaffermazione.
Nella sua camera, davanti al monitor del computer, complice il mood in cui la mette il brano elettro-pop di Robyn, Dancing on my own, subentrato alla straziante ballad di una cantautrice folk, Hannah cancella il post lamentoso di auto-compatimento optando per il secco “All adventurous women do” e dandosi a un ballo liberatorio.

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Come quasi tutto ciò che viene toccato da Lena Dunham, la frase diventa ben presto un mantra generazionale, un tatuaggio da sfoggiare, un’affermazione  di forza per cui anche la malattia venerea smette di essere qualcosa di cui vergognarsi per farsi incidente di percorso di uno stile di vita libero, su cui ridere, scherzare, dire volgarità ma mai, neanche per un attimo, mettere in discussione. Dalla serie HBO al microfono di Ali Wong che, esibendo il pancione dei sette mesi di gravidanza, inizia il suo show Baby Cobra mostrando l’anello e dicendo:“Quest’anno mi sono sposata. Mio marito mi ha dato un diamante, io gli ho dato l’HPV”.

Il sesso è immancabilmente e dannatamente politico per le nuove comiche americane, svezzate da Roseanne Barr, Whoopi Goldberg, Ellen De Generes, e poi, qualche anno dopo, dalle creature sfornate a ripetizione dal Saturday Night Live: Chelsea, Jeanine Garofalo, Tina Fey, Amy Poehler e Sarah Silverman, ed è su questa sessualità espansa che la maggior parte dei monologhi delle stand up comedians si concentra.

Certo, prima di loro, ci sono state delle vere pioniere a fare il lavoro sporco, abbattendo gli stereotipi persistenti secondo cui le donne non possono essere divertenti e mettendo in campo i tabù attorno a cui si definisce da sempre l’identità femminile: come la maternità, messa già alla berlina da Jean Carroll che, negli anni Cinquanta, con gonna a ruota e filo di perle, si presentava di fronte al pubblico dell’Ed Sullivan Show per dire che sì, essere madre era splendido ma il suo primo pensiero alla nascita della figlia era stato “Non vedo l’ora che vada in campeggio!”.

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Una volta passate dal backstage della writers’ room al palco – a volte attraversando anche la sala, come ricorda il monologo d’apertura di Sarah Silverman da host al SNL, in cui dialoga con la sua versione ’90s, intenta a fare domande surreali dal pubblico – queste giovani donne non hanno più mollato il microfono, sempre in tour da una costa all’altra degli Stati Uniti, di fronte a teatri che impazziscono nel sentirle raccontare cosa significhi essere donna oggi nell’Occidente liberale.
Sono diverse e complementari (si va dal team delle new yorker, figlie in qualche modo della rivoluzione di Sex and the City, ad Anjelah Johnson, che parla all’America cristiana) come neanche il mix a tavolino delle cinque tipologie rappresentate dalle Spice Girls aveva saputo fare e tutte parlano del proprio punto di vista sul mondo, partendo dall’inalienabile principio dello storytelling: racconta chi sei, il tuo vissuto, quello che conosci.
Ecco allora le radici messicane di Cristela Alonzo, risata irresistibile, che in Lower Classy (ora su Netflix) tira fuori le sue storie d’infanzia, il crescere con una madre single e immigrata, ridendo di stereotipi culturali e razziali, raccontando un Paese ancora profondamente spaccato tra bianchi wasp e tutte le altre etnie, quelle che “non sanno cosa voglia dire ‘Tornare ai bei vecchi tempi’. Quali sono stati per noi i ‘bei vecchi tempi’? Per noi latini il massimo è stato quando Jennifer Lopez ha interpretato Selena”.

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Passando con disinvoltura da questioni generazionali – come la reunion dei New Kids on the Block, ai quali in quarta elementare sognava di pulire il pullman (“Ma perché ero una domestica anche nelle mie fantasie?”) – alla razza e all’importanza del look, nell’eterno racconto prettywomanesco della cliente  snobbata da una commessa di haute couture – Cristela è forse la voce più urgente contro la neo America trumpiana, quella che irride le minacce dei muri “perché ci renderanno solo più atletici”.  

Più minuta ma altrettanto letale è Ali Wong, che porta invece on stage gli asiatici d’America, quelli fancy e quelli jungle, così assimilati alla cultura dominante “da sembrare dei bianchi che fingono di essere etnici”. Come una Jean Carroll 2.0 e molto incinta, Ali sbraita sulla grande truffa del femminismo per cui “se fossimo state zitte e avessimo continuato a recitare la parte delle stupide, saremmo potute rimanere tutto il giorno a casa sul divano a guardare Ellen. Ora invece gli uomini si aspettano che lavoriamo!”.

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Californiana di una San Francisco ancora hippie, dove ora invece “si fatica a distinguere un homeless da un hipster”, cresciuta come comica al Comedy Cellar e autrice della sit-com ABC Fresh Off the Boat, che come la Cristela della Alonzo porta alla ribalta la vita di una famiglia di immigrati, Ali Wong appare l’anello di congiunzione tra la comicità delle “maggioranze etniche” e quella delle white chicks come Iliza Shlesinger, Amy Schumer – con cui infatti collabora – e la stessa Dunham, che affronta i medesimi temi della liberazione sessual-sentimentale attraverso il filtro della fiction o, all’opposto, senza neanche più quello del palco.

Perché, con la sola eccezione di Jen Kirkman, che fa del proprio punto di vista non tanto una questione di sessualità quanto di lotta senza quartiere tra stupidità e intelligenza, auspicando una selezione naturale per la specie – i titoli dei suoi spettacoli, pervasi da un’ironia corrosiva che non risparmia niente e nessuno, hanno sempre a che fare con la sopravvivenza… – le altre donne della stand-up americana fanno del loro corpo il centro di ogni discorso sociale, culturale o politico.

Lena Dunham, figlia di artisti del Greenwich, ne fa, in effetti, quasi un’installazione: il suo corpo è il messaggio, veicolato ininterrottamente, dentro e fuori dallo schermo. Anche se un fuori-schermo in realtà non c’è mai: dallo smartphone alle copertine delle riviste, l’esposizione perpetua del nudo integrale vuole oltraggiare e poi rieducare lo sguardo.

Se Dunham mostra direttamente, Amy Schumer si affida al linguaggio: in un analogo tentativo di rieducazione al corpo femminile e alla sua infinita oggettivazione, i suoi stand-up sono veramente dei monologhi della vagina, in cui non risparmia dettagli di alcun tipo, dalle pratiche sessuali all’igiene quotidiana. De-sublimando l’organo e rivendicando, per contro, abitudini e gusti maschili, indugiando a lungo e di proposito sui dettagli più grossolani, la Schumer assume lo scomodo ruolo maschile all’interno della compagine delle comiche contemporanee.

Tomboy intrappolato nel corpo massiccio e orgoglioso di una ragazzona americana, che incarna più lo stereotipo della provinciale che non della newyorkese quale effettivamente è, Amy Schumer, così come la sua concittadina Dunham, pare più a suo agio nello sketch sceneggiato che sul palco, dove l’ironia si fa a tratti troppo pesante.

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Le pillole di Inside Amy Schumer sono invece la formula perfetta per le lucide istantanee che travolgono tic e stereotipi del nuovo secolo: dall’ossessione del politicamente corretto all’ipocrisia sull’immagine femminile nello show business, alla coppia. Con uno sguardo divertito ma anche impietoso verso l’universo maschile e una certa femminilità omologata, si ride dell'”orologio biologico”, dell’ossessione del peso, del grasso, dei riti sociali – il matrimonio, la famiglia, i figli – che ancora sembrano definire in tutto e per tutto l’idea del femminile, come se i tempi di Jean Carroll fossero ancora troppo vicini…

E del resto, malgrado l’ondata di questi nuovi talenti comici abbia travolto da vero tsunami il cinema da Mean Girls a Le amiche della sposa a Trainwreck e la tv – vedi il successo generazionale, ben più importante dei meri dati di audience, di Girls – (…il tutto con la mano benedicente del sommo Judd Apatow, l’uomo più femminista di Hollywood…), ridefinendo logiche produttive secolari, c’è ancora tanto da lavorare se, come ha dichiarato di recente Tina Fey al The Guardian “gli uomini fanno un sacco di soldi con della spazzatura, mentre le donne fanno magnifici lavori per molto meno”.