All of Our Heartbeats Are Connected Through Exploding Stars, di Jennifer Rainsford

Scandaglia il senso profondo delle cose, ricerca l’anima universale nella consapevolezza della fragilità dei sistemi che sottendono alla stessa universalità. Dal Pesaro Film Festival 2022

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Il film della regista svedese viene da lontano e si è, infatti, sviluppato nel corso di otto anni durante i quali l’ambiziosa opera ha preso forma e contenuto, affinando la sua estetica anche attraverso le musiche di Theo Teardo che fin da subito ha avviato una proficua collaborazione, che oggi, a film finito, mostra ogni suo valore.
Il film dal lungo e didascalico titolo prova a cogliere quel respiro universale dentro il quale si ritrova non solo l’origine di ogni forma di vita, ma anche con una attenta ricerca la soluzione ai temi della sopravvivenza della vita, che in varie forme costituisce la sottile angoscia, come in un sottotesto taciuto, per gli abitanti del nostro pianeta. Per riflettere su questi temi di portata epocale, la regista parte da un evento sospeso tra la cronaca, nella quale inevitabilmente finisce durante la sua ricerca, e il dramma nazionale e generazionale. Il terremoto del 2011 che durante i suoi sei minuti di durata, sconvolse il Giappone, evento tragico che si verificò al largo della costa della regione di Tōhoku. Lo tsunami che ne seguì fu il vero evento distruttore nel trascinare con sé abitazioni e insediamenti interi e lasciando una scia di morte che colpì anche la terra che rimase improduttiva a causa della inevitabile salinizzazione. Se questo è l’evento dal quale partire per la ricerca è anche vero che il tema di una ecologia che faccia i conti con gli eventi naturali, All of Our Heartbeats Are Connected Through Exploding Stars trova ulteriori spunti in quello che invece diventa effetto dell’opera dell’uomo. Dalla plastica che si aggroviglia negli oceani dando vita a vere e proprie formazioni conglomerate che diventano esiziali per la fauna marina, all’arenarsi di rifiuti di ogni genere, in quantità inimmaginabili, lungo le coste delle isole delle Hawaii che diventano il ricettacolo di ogni elemento che, sospinto dal mare, muta i tratti di luoghi da sempre immaginati come puri e incontaminati, dove anche l’ecologia del pensiero parrebbe non intaccata dal consumismo. Jennifer Ransford propone dunque le sue relazioni e le connessioni tra gli elementi, tra il plancton e il terremoto, tra le stelle e il regaleco, il pesce degli abissi che nella cultura giapponese si dice annunci lo scatenarsi dei terremoti emergendo dalle profondità marine fino in superficie. È così che All of Our Heartbeats Are Connected Through Exploding Stars cerca e trova connessioni, proponendo allo spettatore l’ascolto di quel respiro universale che silenzioso ci accompagna quotidianamente, anche in quella diffusa sincronia tra il nostro respiro e quello del mare, che crea quell’afflato che tutti ci accomuna.
È suggestivo il lavoro che – a guardare la sua breve filmografia – l’autrice mette a punto con questo film che diventa anche un po’ la summa, quasi un punto d’arrivo di un percorso che ostinatamente rivolge allo sguardo su questi fenomeni sospesi tra l’origine e il senso di fine della Terra, tra la ricerca di quest’anima universale e la consapevolezza della fragilità dei sistemi che sottendono alla stessa universalità. E ancora di più il cinema di sicuro diventa lo strumento (ottico) per meglio scandagliare il senso profondo delle cose e il suo diffondersi nel mondo al di là di ogni consapevolezza umana, che ha già così poco tempo per guarire dalle ferite dell’anima che le tragedie naturali – i terremoti e gli altri disastri – aprono nella profondità di ogni spirito umano.

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I concetti che con soppesati encomi Jennifer Ransford propone, come spesso accade, non sono proprio nuovissimi, ma ciò in realtà poco, anzi nulla, toglie al loro valore e al loro peso nel più generale dibattito che riguardi le forme di vita sulla Terra. Come molti ricordano già nel 2010 Patricio Guzmán con il suo Nostalgia de la luz aveva studiato le relazioni tra le stelle e il nostro corpo, tra la storia martoriata del suo Cile e lo sconfinato deserto di Atacama dove si ricerca l’origine di ciò che sappiamo essere l’Universo. Una ricerca che con le stesse coordinate era proseguita nel 2015 con La memoria dell’acqua.
Premesso pertanto che questi illustri precedenti non scalfiscono il valore di un film che sembra protendere il suo sguardo in più direzioni sapendo mettere a punto questa ricerca con una originale compattezza e un lavoro sul dettaglio che enfatizza le relazioni tra le cose per confermare gli assunti dai quali il discorso prende avvio, è anche vero però che il lavoro della regista svedese abbia un retrogusto compiaciuto e narcisistico, un velo di eccessiva enfatizzazione che sembra tenere insieme il tutto, che per il resto trova una propria coerenza e quel tanto agognato splendore del vero.
Una sensazione che prende lo spettatore in due momenti. Una ricerca estetica che finisce inevitabilmente nei sempre ambigui ralenti che hanno l’effetto di restituire una dose ulteriore di enfasi a qualcosa che è già efficace in sé, produttiva di emozioni senza ulteriori interventi. E l’effetto della voce fuori campo, della stessa Ransford, in cui viene in rilievo quel tanto di sussurrato che diventa archetipo di una forma espressiva che prova a non diventare invadenza, ma al contrario, nel rispetto della legge del contrappasso, provoca un ritorno di narcisismo evidente e quasi urlato. Si ascolti, nello stesso assunto, la voce di Guzmán che accompagna le immagini dei due film citati con un differente e più proficuo apporto.
Ciò detto Jennifer Ransford con All of Our Heartbeats Are Connected Through Exploding Stars porta a termine il suo lavoro, economizzando encomiabilmente sulla durata e offrendoci uno sguardo, se non originalissimo, sicuramente profondo e bene ancorato ad una universalità che ci appartiene e che anche il suo film ci aiuta a scoprire in tutta la sua grandezza e bellezza.

La valutazione del film di Sentieri Selvaggi
3
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