Anatomie d’une chute, di Justine Triet

Un thriller psicologico che ha un’efficace tensione nella parte giudiziaria e che è sostenuto dalla sontuosa prova di Sandra Hüller. Le forzature di scrittura però lo limitano. Concorso.

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C’è ancora un altro volto di donna nel cinema di Justine Triet. Anche Anatomie d’une chute potrebbe avere il nome della protagonista nel titolo come era già successo con Victoria e Sybil. Proprio dal suo precedente film arriva il personaggio di Sandra Hüller che interpretava il ruolo della regista. E in effetti anche qui potrebbe essere il motore della messinscena, lo sguardo parallelo di Justine Triet, la possibile angolazione soggettiva sugli eventi.

Determinante in Anatomie d’une chute è la location, lo chalet di montagna sulle Alpi francesi. Un luogo nelle cui mura tutto può essere nascosto o dove ogni minimo suono può rimbombare. Lì ci vive Sandra, una scrittrice tedesca assieme al marito Samuel al figlio undicenne Daniel, che ha perso la vista quando ne aveva quattro. Un giorno l’uomo viene ritrovato morto dal figlio al rientro di una passeggiata col cane. Cosa è successo? È stato un incidente oppure si tratta di omicidio?

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Lo sguardo della cineasta entra dentro la testa della protagonista e fa avvertire lo scarto con il mondo esterno, il suo disagio come la giornalista di La bataille de Solférino che, come Sandra, conduce una guerra sotterranea con il suo ex-marito. Più che le dinamiche del cinema processuale, a Justine Triet interessa mettere a fuoco l’inferno della coppia, evidente già nel riuscito inizio dove l’intervista di una giornalista viene interrotta dalla musica a tutto volume e a quel punto la scrittrice è costretta a interromperla. Anche se può sconfinare nell’esterno, Triet preferisce amplificare il dramma domestico all’interno degli spazi chiusi (l’abitazione, il tribunale) proprio per far avvertire come la protagonista si trova in uno spazio che sembra senza uscita.

La parte giudiziaria ha un’efficace tensione e il film riesce a reggere bene per gran parte della sua durata. I dubbi piuttosto sono in alcune forzature di scrittura come il parallelismo tra verità e finzione rintracciati nei libri di Sandra oppure nel colpo di scena prima del verdetto che mostrano comunque come la tensione, in Anatomie d’une chute, per restare costante, deve avere bisogno di scosse improvviso, come il malore del cane. Più efficaci le inquadrature su Daniel che vive di riflesso il dramma familiare. I silenzi suoi e di una sontuosa Sandra Hüller – fragile o diabolica? vittima o carnefice? – arricchiscono questo thriller psicologico che è sicuramente un passo avanti nella filmografia della regista ma al film gli manca qualcosa proprio perché l’universo attorno alla protagonista è troppo costruito. E i personaggi secondari o sono troppo caricati o non adeguatamente messi a fuoco.

La valutazione del film di Sentieri Selvaggi
3
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Il voto dei lettori
3.5 (2 voti)
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IL N.14 DELLA RIVISTA DI SENTIERI SELVAGGI

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