Angry Indian Goddesses. La recensione del vincitore di Roma

Il film di Pan Nalin, che ha vinto la 10° edizione dell’evento capitolino, si fa voce di una generazione sospesa tra il peso della tradizione e necessità di cambiamento

Un’attrice che guarda a verso Bollywood, una fotografa disposta a rinunciare a tutto in nome della sua arte, una donna in carriera e madre imperfetta, un’attivista, una casalinga imprigionata nel ruolo imposto dalla tradizione, una cantante incompresa, una domestica. E una settimana di addio al nubilato, vissuta tutta al femminile, durante la quale condividere storie, insicurezze, aspirazioni, segreti, paure e tanta, tantissima voglia di libertà. Pan Nalin non attende neanche i titoli di testa per mettere le cose in chiaro. Le donne di Angry Indian Goddesses non sono affatto gli accessori scenografici di un immaginario, quello bollywodiano, che continua a esaltare unicamente l’aspetto decorativo del genere femminile. Devi solo agitare i fianchi, si sente rimproverare Joanne sul set del film che sta girando, dopo aver rubato per l’ennesima volta la scena al protagonista maschile. Le donne di Angry Indian Goddesses, pantaloncini corti e la lingua minacciosamente di fuori, come l’immagine della dea Kali, si fanno corpo inquieto e in perenne movimento che grida al mondo il proprio irrinunciabile desiderio di un nuovo ordine.

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Angry Indian Goddesses continua a girare, senza mai prendere fiato, intorno alle sue protagoniste. Pan Nalin cerca di trovare nella fisicità dei corpi che filma, negli squarci di dolore ed esplosione di vitalità che non smettono mai d’incrociarsi sullo schermo e di scambiarsi i ruoli, nelle vibrazioni emotive amplificate dalle aperture musicali, le traiettorie di un discorso intimo capace di allargarsi fino a riflettere l’immagine problematica di una realtà, la condizione femminile indiana, e farsi voce di una nuova generazione, sospesa tra il peso della tradizione e necessità di cambiamento.
Ma se anche Angry Indian Goddesses è attraversato da momenti di innegabile forza ed efficacia, come la dichiarazione “mimata” dell’omosessualità di Frieda o, ancor di più, la presa di coscienza della violenza che si è consumata su Joanne mentre la luce delle torce delle sue amiche tenta inutilmente di fare a brandelli l’oscurità, Nalin solo in parte riesce a muoversi con disinvoltura tra le diverse storie che affronta e, soprattutto, a gestire l’intrecciarsi delle traiettorie esistenziali delle sue protagoniste con la volontà, più e più volte rimarcata, di dare corpo ad un, pur encomiabile e necessario, manifesto di denuncia e di riscatto. Ad Angry Indian Goddesses manca, insomma, l’immediatezza e l’intensità di un cinema come quello di Céline Sciamma, anziché perdersi fino in fondo nella danza misteriosa dei corpi delle donne che racconta, nei loro attriti e nei loro abbracci, procedendo attraverso essi per farsi discorso sul mondo, il film di Pan Nalin continua ad inciampare in una scrittura programmatica, che va sacrificando la dimensione emotiva a favore dell’urgenza del proprio atto di accusa.

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