Anime nere, di Francesco Munzi

A vedere questo incredibile film noir all’italiana, dove i vicoli e le “street stories” rivivono dentro le maglie di un paese morto, sdoppiato, strappato alla sua collina originaria come Africo, provincia di Reggio Calabria, ecco, sì, nel vedere il film di Munzi si potrebbe pensare che, forse, non è poi così difficile immaginare un cinema italiano diverso, originale eppure impuro, documentaristico ma di genere, antiepico eppure caldamente tragico e drammatico. Forse una via per uscire dall’empasse in cui il cinema nostrano versa dagli anni ottanta (con le solite ripetute eccezioni), si intravede: lasciare liberi i talenti, non costringerli lungo le aspettative cine-televisive di pseudo-duopoli, liberare le professionalità di qualità di cui paradossalmente abbondiamo, e affidarsi a produttori “autonomi”,  che non siano influenzabili dalle correnti politiche di turno…

Invece sogniamo, a quanto pare. E il cinema italiano è ben altro. Però ogni tanto i nostri occhi malati di cinema vengono salvati e rinascono al mondo nuovo da film magnificamente imperfetti (eppure Munzi non sbaglia quasi un’inquadratura), che sanno cogliere i respiri profondi e interiori di una terra sofferente, lavorando senza paura sui corpi dei protagonisti, ritornando a quel lavoro sui personaggi, sui loro conflitti, che è nel dna delle storie di cinema.

Anime nere racconta di tre fratelli che hanno un dolore passato comune (la perdita del padre assassinato), ma che hanno elaborato quella morte con approcci diversi. Luigi (Marco Leonardi) e Rocco (Peppino Mazzotta) trasferendosi altrove, diventando trafficanti di eroina con mezza Europa, mentre Luciano Fabrizio Ferracana), il più grande dei tre, è restato nel suo paese per vivere fino in fondo le contraddizioni, allevando capre e coltivando la terra, come si faceva un tempo. Ma Luciano ha cresciuto un figlio molto diverso da lui, Leo (Giuseppe Fumo), che invece è molto attratto dall’intraprendenza e dalla sicurezza e spavalderia dello zio Luigi, il più gioioso e insieme aggressivo dei tre, mentre Rocco nasconde la sua “malvivenza” dietro una facciata di ricca borghesia del nord.

Una bravata adolescenziale, una vetrina in frantumi, da parte di Leo, scatena la faida tra le famiglie. Riapre una ferita lacerante che non si era mai del tutto rimarginata. E l’odore della guerra tra le bande rivali prevale. Ma Munzi non si appassiona troppo all’azione violenta e drammatica, alle sparatorie (che pure ci sono) e alle vendette. Con riferimenti (fin troppo) espliciti al The Funeral di Abel Ferrara, preferisce dispiegare la sua macchina da prese nelle maglie strette e complesse della famiglia, nei volti scavati dei suoi protagonisti, riempiendo le inquadrature di strade terrose, di fango, di pioggia, uno scenario di fondo con un paese fatto di “case morte”, quasi un fantasma che sembra aspettare altri fantasmi….

E così mentre la presa diretta ci fa sentire i rumori e gli odori della campagna, della pioggia battente, gli uomini della famiglia dibattono tra loro e con famiglie vicine sul da farsi. E la morte è in agguato. Ma se sin dall’inizio forte è l’attesa per questa esplosione di violenza che soprattutto nel personaggio di Luigi appare incombente, Anime nere dipana la sua dissoluzione narrativa verso una profonda e silenziosa implosione, colpi che partono ma sembrano incredibilmente ritornare al mittente.

Non c’è fuga né redenzione possibile, perché i gangster, americani o calabresi che siano, sempre eroi tragici rimangono. E Munzi  ci regala un magnifico film di genere, un Tre Fratelli di Rosi dentro le atmosfere noir di Fratelli (The Funeral) di Ferrara.  Ne viene fuori un film sorprendente, fatto di terra, di polvere (nera e bianca…) e dolore vero.  Forse il cinema italiano può anche ripartire da qui….



Regia: Francesco Munzi
Interpreti: Marco Leonardi, Peppino Mazzotta, Fabrizio Ferracane, Barbora Bobulova, Anna Ferruzzo
Origine: Italia, Francia 2014
Distribuzione: Good Films
Durata: 103′