Apes Revolution – Il pianeta delle scimmie, di Matt Reeves

E fu così che la fine divenne il principio e l’uomo tornò a essere scimmia. È un darwinismo al contrario, geniale, su cui la saga cinematografica de Il pianeta delle scimmie si è sempre sorretta con tutte le implicazioni filosofiche e sociologiche del caso. All’inizio di Apes Revolution sembra di ritrovarsi in una strana versione postdatata di 2001 Odissea nello spazio. Le scimmie comandate da Cesare hanno formato una comunità nel cuore della foresta. Cacciano e vivono affidandosi ai loro rituali come fossero una tribù indigena. Parlano con gesti sottotitolati lasciando presagire allo spettatore fascinazioni da operazione concettuale,  cinema muto senza la voce umana (ancora l’alba dell’uomo, ancora Kubrick).  La mancanza della parola è solamente una suggestione iniziale però. Nonostante l’apocalisse avvenuta in un fuori campo ancora una volta raccontato da angoscianti report televisivi – convenzione fantahorror dei nostri tempi – gli uomini (pochi) ci sono ancora e le scimmie regnanti tra una gesticolazione e l’altra denunciano, soprattutto nella figura del loro leader, una propensione al Verbo che sembra già anticipare l’imminente antropomorfizzazione.

Il leader delle scimmie è un “monolito” che appunto si chiama Cesare, già magnifico protagonista del precedente
L’alba del pianeta delle scimmie e plasmato nelle perfette simulazioni di Andy Serkis (il più grande attore invisibile della storia del cinema). Allevato nel primo film dall’anima ginsberghiana di James Franco, deve qui vedersela con l’ultimo pacifista tra gli uomini, il Malcolm dell’ottimo Jason Clarke. Cesare è più umano degli umani e proprio per questo in questo secondo episodio rischia di capitolare. La responsabilità del comando potrebbe spezzarsi dietro le sue idee illuministe e un primo comandamento (“le scimmie non uccidono altre scimmie”) che il climax drammatico mette in discussione. Anche perché Apes Revolution è un film sull’ineluttabilità della violenza.

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La guerra è inevitabile. Il pianeta delle scimmie ha la sua ragion d’essere filologica, solo nello sterminio che i due leader umanisti delle fazioni interessate (Cesare e Malcolm) provano – come già segnalato nell'articolo di F. Chiacchiari – in tutti i modi a evitare, senza riuscirci. Il film è tutto giocato su doppi rispecchiamenti. I protagonisti devono infatti vedersela con altrettanti antagonisti in entrambe le fazioni: da una parte abbiamo Koba, scimmia torturata e accecata dal rancore, dall’altra Dreyfuss (Gary Oldman) il capo della comunità degli uomini che vive sulle rovine di San Francisco.

L’assunto è cupo. Pessimista come lo era il capolavoro di Franklin J. Schaffner del 1968. Di suo questo secondo reboot è quindi più politico e contemporaneo del precedente diretto da Rupert Wyatt, che a essere onesti è stato uno dei migliori blockbuster degli ultimi anni, un mezzo capolavoro insomma. E infatti il sequel di Matt Reeves è meno fluido e affascinante, penalizzato forse da una scrittura intelligente ma troppo ripetitiva. Persino la scimmia Serkis sembra imbrigliarsi nella prima parte in una staticità psicologica interessante quanto ostentata. L’opera è affascinante ma a conti fatti esplode quando Reeves decide di dar fuoco alle polveri, inaugurando un war movie di sconcertante realismo e chiudendo il film con una grandioso omaggio a John Milius, il più grande cantore epico della violenza come elemento dolorosamente inevitabile nel destino dell’uomo. È questo il punto: Apes Revolution è forse il primo, inconsapevole, film sulla striscia di Gaza che Hollywood abbia mai avuto il coraggio di produrre senza rendersene conto. Il documentario più imprevisto e costoso della recente storia del cinema.

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Titolo originale: Dawn of the Planet of the Apes
Regia: Matt Reeves
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Interpreti: Andy Serkis, Jason Clarke, Gary Oldman, Toby Kebbell, Enrique Murciano, Kirk Acevedo, Judy Greer
Origine: Usa, 2014
Distribuzione: 20th Century Fox
Durata: 130'