Avere vent’anni, di Fernando Di Leo

Nella sezione Back to Life del #TFF38 è stata presentata la vrsione restaurata del film realizzato da Fernando Di Leo nel 1978 che vede protagoniste Lilli Carati e Gloria Guida

Negli anni Settanta, la generazione di Fernando Di Leo (classe ’32) sembrava guardare ai nuovi giovani con un misto di ammirazione e sconforto. Di conseguenza, era inevitabile sovrapporre alla morbosità voyeuristica una certa dose di paternalismo. Avere vent’anni (1978) porta avanti un discorso già cominciato con I ragazzi del massacro (1969), la narrazione di un decennio evidentemente fuori controllo, di quella razza violenta che è il genere umano. L’autore ci arriva dopo una serie di insuccessi commerciali e una stanchezza sistemica del suo cinema di genere; insomma, dopo aver realizzato la celeberrima trilogia del milieu (Milano calibro 9, La mala ordina, Il boss), ed in questa aver (apparentemente) già dato tutto. L’operazione nasce da una volontà precisa: prendere due divette dell’epoca, Lilli Carati e Gloria Guida, toglierle dalle commediole scollacciate e buttarle nel mondo reale. Una sfida contro il buonsenso, folle quanto necessaria per svelare i meccanismi malati di quell’industria dello spettacolo. Di Leo non ha mai nascosto il gusto dell’azione, del racconto, ma ciò nonostante si è sempre rifiutato di arrendersi al cartoonesco e al falso, nel tentativo di inseguire uno spettro di verità. L’idea di realtà che sta dietro Avere vent’anni è quella che intende disvelare l’orrore dietro la spensieratezza, il paese che si ritrova riattraversando lo specchio.

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La razza selvaggia esplorata nell’omonimo coevo film di Pasquale Squitieri è anche quella che le due ragazze incontrano qui. Lia e Tia si ritrovano improvvisamente in un ostello, che in quanto spazio di passaggio va identificato coi non-luoghi di Augé almeno quanto una stazione. Di fatto, il regista ne fa un limbo, una sorta di purgatorio in cui le due ragazze dovranno scontare la colpa della loro innocenza. L’ardire del loro essere giovani e belle in un mondo che cade a pezzi non può essere ignorato, e infatti sarà la loro condanna. Il compositore Luis Bacalov, storico sodale, ha detto: «Cos’è, i panni sporchi non si fan vedere? E lui li faceva vedere». Solo che il film ebbe problemi su due fronti: la censura e il botteghino. In primis venne tagliato e ridistribuito con un finale positivo. In secondo luogo, incassò quanto bastava a rientrare delle spese. Un errore di valutazione che l’autore riconobbe subito e di cui per molto tempo si disse pentito. «Aver fatto morire quelle due – ha spiegato Di Leo più di recente -, a livello inconscio avrà influito a che un film destinato ai giovani, i giovani non siano andati a vederlo».

Nel 2004 ricomparve finalmente la versione originale, reintegrato dell’incipit sulla spiaggia, le sequenze saffiche e il finale tragico. E il restauro presentato al TFF38 non può che illuminarne l’attualità già evidenziata da Bacalov: «Gli uomini continuano ancora ad ammazzare le donne, a massacrarle di botte, a farle diventare degli oggetti e non delle persone».

La valutazione del film di Sentieri Selvaggi
3.6

Il voto al film è a cura di Simone Emiliani

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Il voto dei lettori
4 (3 voti)
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