"Babel" di Alejandro Gonzàlez Iñárritu

La dispersione, la frammentazione del cinema di Iñárritu si allarga con Babel anche a spazi geografici differenti. Babel infatti si situa tra Marocco, Stati Uniti, Messico e Giappone e questi paesi sono in qualche modo ‘comunicanti’ attraverso i corpi e i suoni. I corpi sono quelli dei protagonisti delle vicende che, pur essendo totalmente distanti, sono comunque legati da un rapporto stretto od occasionale. I suoni sono quelli delle voci, elemento sonoro amplificato come contrasto linguistico ma anche come mezzo per superare quella barriera di incomunicabilità tra i personaggi ma anche tra i differenti paesi. A mettere in moto il meccanismo tra le differenti storie, più dello stacco di montaggio, è proprio un suono, quello dello sparo di un fucile verso un pullman di turisti in Marocco. Il proiettile colpisce Susan (Cate Blanchett), una donna in crisi coniugale che si trova in Marocco assieme a suo marito Richard (Brad Pitt). Si pensa inizialmente a un attentato terroristico. In realtà è stato un ragazzino del posto che ha un infallibile mira che ha colpito il bersaglio sbagliato. I figli piccoli della coppia statunitense sono rimasti nella loro casa californiana assieme alla governante messicana (Adriana Barraza). La donna vuole a tutti i costi andare al matrimonio del figlio ma dopo la disgrazia accaduta alla madre deve restare con loro. Non potendo trovare nessuno che si possa occupare dei due bambini, decide di portarli con se facendogli attraversare illegalmente la frontiera. Un’altra vicenda è invece ambientata a Tokyo e vede protagonisti un padre vedovo (Koji Yasusho) che cerca in tutti i modi di cercare di comunicare con la figlia sordomuta (Rinko Kikuchi). L’adolescente a sua volta cerca di trovare una forma per trasmettere i propri sentimenti cercando di sedurre sessualmente alcuni personaggi come un coetaneo, un dentista e un poliziotto.

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Scritto da Guillermo Arriaga, sceneggiatore anche delle due opere precedenti del regista messicano (Amores perros e 21 grammi) oltre che dello straordinario Le tre sepolture, Babel indica i propri riferimenti religiosi già dal titolo in quando, secondo la Bibbia, Babele fu una celebre torre costruita da un’umanità uniti in attesa del Paradiso. Questa iniziativa provocò la collera di Dio  che per separare gli uomini, fece parlare a ognuno di loro una lingua differente. Progetto quindi ampio, voluminoso, straripante quello del cineasta, in un film caricato anche di stili visivi differenti dove convivono sequenze oniriche, forme iperrealiste e documentaristiche e dove emerge il talento del direttore della fotografia Rodrigo Prieto che però diventa sempre invadente quando lavora con Iñárritu. Il cineasta, come sempre non ha il senso della misura ed esagera oltre misura, polverizzando, come era accaduto già per 21 grammi, un potenziale materiale narrativo e drammatico imponente. È un film dannoso Babel perché cerca di fregarti e se non ci si protegge, ci riesce. La pellicola gioca su frammentazioni spaziali, salti/ritorni temporali (il dialogo di Richard con la governante e il figlio), sa entrare direttamente nelle emozioni dei personaggi e nella loro testa (come la soggettiva uditiva della ragazzina giapponese evidente nella scena in discoteca dove il silenzio nella sua testa contrasta con il rumore oggettivo della musica a tutto volume) ma poi li esibisce miseramente in un cinema che, nella sua presunta grandiosità, non conosce l’intimità e non ha idea di come filmare la sofferenza umana malgrado questo tema sia stato sempre al centro del cinema di Iñárritu.

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Titolo Originale: id.

 

Regia: Alejandro Gonzàlez Iñárritu

 

Interpreti: Brad Pitt, Cate Blanchett, Gael Garcìa Bernal, Koji Yakusho

 

Distribuzione: 01 Distribution

 

Durata: 144′

 

Origine: Usa 2006